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<?xml-stylesheet type="text/xsl" media="screen" href="/~d/styles/rss2full.xsl"?><?xml-stylesheet type="text/css" media="screen" href="http://feed.indie-rock.it/~d/styles/itemcontent.css"?><rss version="2.0"><channel><title>Recensioni dischi di Indie-Rock.it</title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_elenco.php</link><description>Recensioni dischi a cura della redazione di Indie-Rock.it</description><language>it-it</language><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="self" type="application/rss+xml" href="http://feed.indie-rock.it/RecensioniDischi" /><feedburner:info xmlns:feedburner="http://rssnamespace.org/feedburner/ext/1.0" uri="recensionidischi" /><atom10:link xmlns:atom10="http://www.w3.org/2005/Atom" rel="hub" href="http://pubsubhubbub.appspot.com/" /><item><title><![CDATA[Garbage: Not Your Kind Of People]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1352</link><description>GENERE: electro, pop, rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Shirley Manson (voce, chitarra), Duke Erikson (basso, chitarra, tastiere, percussioni), Steve Marker (chitarra, tastiere), Butch Vig (batteria, percussioni).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: dopo sette anni di silenzio (brevemente interrotto dall'uscita della raccolta 'Absolute Garbage' nel 2007) la band del Wisconsin è tornata in pista con un album interamente auto-prodotto: in seguito alla rottura con la Warner, i Garbage hanno fondato la propria casa discografica, la Stunvolume, e liberi da ogni tipo di vincolo hanno dato vita al loro quinto lavoro, dal titolo vagamente aggressivo, che vede come suo produttore Butch Vig (golden boy della produzione musicale, il cui nome è legato all'acclamato ultimo album dei Foo Fighters e al ventennale di 'Nevermind').&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: nonostante la possibilità di osare e di sperimentare, vista l'assenza di una major che li tenesse sotto controllo, anche questa volta i Garbage non hanno voluto abbandonare i loro ingredienti base: quel mix accattivante di rock, electro, pop, voce sensuale e sintetizzatori che ha fatto la loro fortuna negli anni Novanta e che ha permesso alla band di barcamenarsi fino ad oggi sfornando singoloni in album poco impegnativi. Anzi, sembra quasi che si siano divertiti ad esagerare con gli arrangiamenti e le stratificazioni, ad accentuare la vena electro e ad aumentare i synth, per realizzare un album che è un po' un riassunto della loro carriera e che sembra quasi dire: "ciao siamo i Garbage e rimarremo sempre così, che vi piaccia o no".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: l'album si apre con 'Automatic Systematic Habit', ritmatissima e quasi dance, che è seguita da 'Blood For Poppies', la traccia scelta dalla band come primo singolo, con un ritornello orecchiabile, molto pop e forse venato di Sixties, ma troppo fiacca per essere stata l'anteprima. 'Control' è leggermente cupa, sintetica ma inaspettatamente ammorbidita da un'armonica che sa di blues, e uno dei brani migliori tra gli 11 che compongono la tracklist. La title-track 'Not Your kind Of People' è una ballatona priva di carattere, così si salta subito all'interessante 'Felt', chitarre distorte per atmosfere vagamente shoegaze che catturano l'attenzione (provo ad azzardare un richiamo ai My Bloody Valentine nella voce di Shirley Manson). La traccia numero 7, dall'avanguardistico titolo 'I Hate Love', presenta dei ritmi chiaramente balcanici che creano finalmente una novità all'interno dell'album. In 'Sugar' si ha una prova di seduzione da parte della Manson, che a dispetto dei suoi 45 anni sa ancora come ammaliare il suo pubblico, e in questo caso sfodera la sua voce morbida che ha reso corpose e interessanti tanti altri brani dei dischi precedenti. In 'Man On A Wire' si ritrovano le atmosfere fredde e i ritmi martellanti quasi industrial presenti anche nel loro penultimo lavoro, 'Bleed Like Me' (2005), e anche un sapiente lavoro di pause e ritornelli ritmati, con una batteria che sembra quasi una scarica di proiettili: un brano rapido, urlato, finalmente uno scossone che mi ha fatto capire per quale motivo i Garbage piacciono ancora. Peccato che come smentita arrivi la chiusura, 'Beloved Freak', una ballad che sa un po' di Placebo ma decisamente meno cupa di quanto ci si possa aspettare: un inno alla speranza racchiuso nella ripetizione della frase "You're not alone", un appello così accorato non lo sentivo dall'uscita nel 2002 del singolo 'Beautiful' di Christina Auguilera. Sicuramente 'Not Your Kind Of People' è un lavoro ben confezionato e lo spizzicare da sonorità che non appartengono alla band è piacevole, peccato che il risultato non abbia il mordente che tutti i fan dei Garbage si aspettano, soprattutto dopo così tanta attesa: troppo lavoro di effetti e troppo poca vitalità per un risultato al di sotto delle aspettative.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 11 tracce per un totale di 42 minuti un po' a singhiozzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "We are not your kind of people / Don't want to be like you / Ever in our lives", da 'Not Your Kind Of People'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Shirley Manson su 'Vanity Fair': "Avevo alcune canzoni che pensavo potessero essere davvero forti. Le ho sistemate e realizzate per la casa discografica, ma loro non erano interessati. Mi dissero che erano troppo dark. Pretendevano da me che avessi delle hit per tutte le radio internazionali e che diventassi "la Annie Lennox della mia generazione". Non sto scherzando, sto citando direttamente. Allora ho solo pensato FUCK THIS."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://garbage.com/" target="_new"&gt;Garbage.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=y282-sA6CxM:FsZXv8JPs9o:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1352</guid><pubDate>Tue, 29 May 2012 23:41:41 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Sigur Ros: Valtari]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1351</link><description>GENERE: icelandic mood. Ovvero quel genere creato dai Sigur Ros che mi piace chiamare "jonsispleen".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Jonsi è un leader troppo carismatico per non essere menzionato quando afferma che gli ultimi due dischi erano “troppo allegri” ed era il momento di fare qualcosa di nuovo (affermazione piuttosto discutibile); il bassista Georg Hòlm corregge il tiro affermando che il nuovo disco contiene “più roba elettronica dei precedenti”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: sesto disco in studio dei Sigur Ros, preceduto da una strepitosa campagna di lancio, per cui l’intero disco è stato disponibile in streaming prima della sua uscita ufficiale. Scelta coraggiosa, ma che pare aver premiato Jonsi e soci, visto che il preorder del nuovissimo disco sta andando più che bene. La musica ai tempi di twitter, e '#valtarihour' è stato un hashtag di successo sia per avere un feedback immediato del disco sia per far parlare di sé. Twitto, (un tralasciabile ergo), sum.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: una figura retorica che amo moltissimo è l’ossimoro, la cui etimologia è un composto di acuto ed ottuso, e questo sintetizza chiaramente 'Valtari'. È un disco che non delude le aspettative, se ami i Sigur Ros, sebbene non sia la svolta preventivata da Jonsi nelle sue dichiarazioni, ma contemporaneamente non è un lavoro che avvicinerà chi fin qui non se li è filati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: abbandonando le ultime vestigi di oggettività, posso dire che a me questo lavoro è piaciuto, ma non al punto da non rimarcare ed evidenziare i suoi limiti oggettivi: un disco che cresce nel solco di una tradizione consolidata, senza particolari guizzi o slanci, e che pur tuttavia è di alto livello. Ogni brano è ridondante e maestoso, quasi barocco, dove deve esserlo ed essenziale e glaciale dove è giusto che sia, i suoni e gli effetti sono dosati, chiari e cristallini come ce li si aspetta. Un limite forzato e una forza limitante, giusto per restare in tema di figure retoriche. La prima traccia, 'Ég Anda', con google translator scopro che significa “respiro”. Un’apertura significante e densa, come se con questo brano si volesse delineare (letteralmente) la scansione del lavoro; è un po’ un volersi dire: questo è quello che vi dovete aspettare, è il corpo del disco che si delinea attraverso un atto vitale ed essenziale. Nulla vieta che le cose potrebbero cambiare, ma nulla vi fa presagire che le cose cambieranno. A ben vedere tutto l’album si dipana su questo filo invisibile, quasi funambolico. La seconda traccia, 'Ekki Mukk' (primo singolo uscito il 26 marzo accompagnato da un video sensazionale di Inga Birgisdottir, sorella di Jonsi e prima autrice del progetto low budget 'The Valtari Mystery Film Experiment', per cui ad alcuni film-maker è stato affidato il compito di dare immagini alle sensazioni di 'Valtari') è un saggio di politica jonsiana, dove la sua voce efebicamente potente è utilizzata come se fosse un vero e proprio strumento. Questo, a mio parere, è forse il brano più carismatico dell’album, sebbene non necessariamente il più bello (ma io sono una ragazza cinematografica, e per sempre questo brano sarà una barca che passa all’orizzone sospesa nello spazio e nel tempo). 'Varúð' ("Attenzione"), la terza traccia, è invece un pezzo più che corale, quasi orchestrale. In modo particolare gli archi sono un contrappeso perfetto, e anche la sezione dei ritmi indica che questo brano è stato composto in un perfetto stato di grazia. Non è solo un parere mio, ma 'Varúð' sembra davvero essere l’espressione più riuscita di 'Valtari'. Il crescendo – senza il supporto vocale di Jonsi – ha la sacralità di un’attesa che si è compiuta, un po’ come quando, nel 2010, il vulcano Eyjafjallajökull eruttò. Ecco, la forza creatrice è la stessa: le avvisaglie che qualcosa sta per compiersi, il montare, il crescere, e finalmente l’esplosione. Fin qui, “più roba elettronica che negli altri lavori” non se ne è sentita molta. Ci provano con dei timidi accenni nella  quarta traccia, 'Rembihnútur', ma senza stravolgere l’idea di rarefazione sigurossiana che ci si è fatti un questi anni, e il pezzo sembra avere un solido impatto classico. Certo, per essere bello e partecipato lo è, ma rimane la sensazione che – almeno qui – avrebbero potuto rischiare di più. 'Dauðalogn' e 'Varðeldur' sono due brani camaleontici e controversi. L’ascolto deve essere per forza emozionale, per poterlo apprezzare. Parlare di tecnica, qui e ora, è un po’ come inserire un concetto sofistico, inteso come un’argomentazione fallace in un ragionamento altrimenti valido. Le viscere prendono il sopravvento sull’intelletto. Semplicemente. Poi si può star qui a discutere all’infinito sul fatto che la seconda parte di questo album sembra avere qualcosa in meno rispetto a quanto promesso, ma è come quando guardi un funambolo che cammina su un filo: non sai mai se lo stai guardando perché speri che ce la faccia o perché lo vorresti vedere cadere. Per parlare di 'Valtari', la penultima traccia che dà il titolo all’intero album, mi è venuta in mente un’immagine geografica, ovviamente islandese, che però non ha nulla a che vedere con i vulcani, ma con una strada, conosciuta come ring road, che parte da Reykjavík, tocca tutte le città anche solo vagamente abitate, e torna a Reykjavík, descrivendo nel contempo un cerchio perfetto. Questo brano è così: sembra che non ti porti da nessuna parte, per 8 minuti e 18 secondi, ma in quel non portarti da nessuna parte ti porta ovunque. 'Fjögur Píanó' è forse la canzone più furba di 'Valtari', quella che deve chiudere il lavoro straziandoti, ma con tutta la calma possibile. È una ninna nanna per gli abbandonati, la consolazione dei derelitti, l’ultimo bicchiere bevuto al bancone di un bar triste. No, non sono obiettiva e so di non esserlo, ma perdonatemi. E versatemi una vodka in un bicchiere spaiato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: un viaggio a piedi, ovunque, senza orologio e senza bagagli. Ogni tanto inciampa, ogni tanto scivola, ogni tanto tiene il passo e ti porta in posti inaspettati e rarefatti. La sua imperfezione è la sua forza che è una debolezza. Ma bellissima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: un album tutto in islandese, credo di essere più che giustificata se mi astengo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Georg Hòlm: “Ora posso dire che è l'unico disco dei Sigur Ros che ho ascoltato con piacere a casa subito dopo averlo finito."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.sigur-ros.co.uk/valtari/" target="_new"&gt;Sigur-ros.co.uk/valtari&lt;/a&gt;'&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1351</guid><pubDate>Mon, 28 May 2012 11:09:40 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Admiral Fallow: Tree Burts In Snow]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1350</link><description>GENERE: indie-pop, indie-folk, indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Louis Abbott (voce, chitarra), Kevin Brolly (clarinetto, piano, tastiere), Philip Hague (batteria, percussioni), Sarah Hayes (piano, flauto, tastiere, voce), Joseph Rattray (basso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: secondo album per la band di Glasgow, a distanza di due anni dal loro esordio ‘Boots Met My Face’, ripubblicato anche lo scorso anno in tutta Europa. Tra il 2010 ed il 2011 gli Admiral Fallow hanno aperto per artisti importanti come Belle &amp; Sebastian, Frightened Rabbit, Paolo Nutini, Guillemots e suonato in festival quali SXSW, Glastonbury, The Great Escape, Latitude e End Of The Road, guadagnando così un’importante esperienza live. ‘Tree Burts In Snow’ è stato prodotto e mixato da Paul Savane (Franz Ferdinand, Mogwai, Teenage Fanclub) al Chem 19 di Glasgow e masterizzato da Greg Calbi (Bon Iver, Fleet Foxes, The National) allo Sterling Sound di New York City.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ‘Tree Bursts In Snow’ è l’evoluzione del discorso già intrapreso nel loro debutto ‘Boots Met My Face’ e regala un’altra prova piena d’intensità e di emotività, in puro stile indie-folk moderno scozzese. La band di Glasgow sa unire sapientemente le influenze del folk-rock classico della loro patria con suoni più moderni (possiamo pensare a Bon Iver, John Grant), realizzando un prodotto non solo affascinante ed intelligente, ma anche con un notevole impatto sull’ascoltatore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: questo sophomore mostra la band scozzese alla ricerca di un’evoluzione del loro sound in maniera positiva, c’è un approccio molto dettagliato sia nel songwriting che nella produzione, ogni particolare è gestito con grande cura, ogni singola nota sembra avere il suo significato e la suo ragione, è evidente il minuzioso lavoro del gruppo, ad esempio nel piano gospel di ‘Isn’t This World Enough??’. I testi sono spesso impregnati da un’evidente vena di malinconia e di tristezza, le immagini dipinte raccontano di guerra, di violenza, di rimpianti, ma tutto è filtrato con una lente di ottimismo, come dimostra proprio la già citata ‘Isn’t This World Enough??’, dalle liriche semplici, ma mai scontate o banali. La musica degli Admiral Fallow ha un suono pieno e ricco di strumentazione, che spesso riesce a suscitare in chi ascolta una notevole emozionalità. L’iniziale ‘Tree Burst’, lunga oltre sei minuti, adornata con leggere percussioni, piano e flauto, vede le voci di Abbott e della Hayes duettare magnificamente, i vocals stridenti del frontman trovano un perfetto contraltare nelle melodiose e gentili risposte della flautista, creando un’atmosfera che ci riporta in mente gli Elbow; il singolo ‘The Paper Trench’ è un pezzo folk di notevole energia e bellezza, che potrebbe ricordare Mumford And Sons, mentre in ‘Beetle In The Box’, pieno di chitarre contagiose, il duetto tra Abbott e la Hayes riesce a disegnare superbe armonie. Gli Admiral Fallow dimostrano di saper essere molto abili anche nei pezzi più lenti: la triste ‘Old Fools’ è una composizione semplice, ma molto toccante e svela un’ottima capacità nel creare melodie da parte della band scozzese. ‘Tree Bursts In Snow’ segna senza dubbio una buona progressione per il gruppo di Glasgow, che dimostra di saper unire bene l’anima nuova con quella vecchia, il folk tradizionale scozzese con un songwriting moderno e attuale; questo album è spesso trascinante, ricco di sentimenti e pieno di canzoni a cui è difficile resistere: un notevole passo in avanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITA’: si va dal ritmo scatenato del singolo ‘The Paper Trench’ alla pacatezza di ‘Old Fools’: tutto assolutamente godibile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "We came here to ask if you’d stop selling them / My body is broken and bruised / My body is broken and bruised / We came here to ask if you’d stop selling them /  We’ve been press ganged and hurriedly held / We’ve been forgotten quicker than felled", dall’iniziale ‘Tree Bursts’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: a ‘Nouse.co.uk’ riguardo ai pezzi lenti presenti nell’album: "Credo che ‘Old Fools’ sia una delle canzoni più emozionali di ‘Tree Bursts In The Snow’. Anche la traccia conclusiva ‘Oh, Oscar’, pur non essendo necessariamente un lento, ha un sound e dei sentimenti più intimi rispetto alle altre; l’abbiamo registrata live una sera tutti insieme."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://admiralfallow.com/" target="_new"&gt;Admiralfallow.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=8j59GanFdcU:25XPchltoME:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=8j59GanFdcU:25XPchltoME:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=8j59GanFdcU:25XPchltoME:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=8j59GanFdcU:25XPchltoME:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=8j59GanFdcU:25XPchltoME:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=8j59GanFdcU:25XPchltoME:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1350</guid><pubDate>Thu, 24 May 2012 23:14:22 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Best Coast: The Only Place]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1348</link><description>GENERE: surf-pop, garage-pop e lo-fi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Bethany Cosentino (voce, chitarra, testi) e Bobb Bruno (principalmente dietro la chitarra).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: secondo album per la band californiana, seguito del riuscito 'Crazy For You'. È prodotto dal celebre Jon Brion (già con Aimee Mann, Elloitt Smith, Spoon, Fiona Apple).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: sempre gli stessi per i Best Coast: il sole, la spiaggia, la California (omaggiata dalla copertina dell'album), la mamma che dà consigli (ricordate il testo di 'When I'm With You?') e l'amore che, se nell'album precedente era entusiasmante, tenero, quasi infantile, ispirazione principale di tutto il lavoro, in 'The Only Place' assume tinte più adulte e mostra i suoi lati negativi, anche se ben nascosti dai ritmi rilassati da spiaggia. La verità è che entrambi gli album sono chiaramente il diario della frontwoman Bethany Cosentino, e mostrano in maniera implacabile la sua crescita personale ma anche le sue debolezze. Così, teneramente senza filtri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: saltando la prima ed omonima traccia 'The Only Place', si arriva all'esplicativa 'Why I Cry', nella quale la Cosentino si lamenta della solitudine e dell'incomprensione da parte invece di chi dovrebbe starle più vicino ("You don't know why I cry", ripetuto più volte nel ritornello); subito dopo arriva 'Last Year' che riassume la perdita di fiducia in sé stessa e in tutto ciò che la circonda, un profondo smarrimento e senso di solitudine, affogato da spese compulsive (come non volerle un po' bene!, ndr). Passando per 'My Life', dove si lagna apertamente di come le cose siano cambiate per lei e di quanto desideri riportare tutto indietro (riappare anche la famosa mamma 'dispensatrice di consigli'), e per 'No One Like You', dove dichiara che farebbe di tutto per farsi amare di nuovo come un tempo, si arriva a 'How They Want Me To Be': non mi avrete mai come volete voi. Da qui in poi le cinque tracce rimanenti hanno le stesse tematiche e titoli molto esplicativi (in ordine: 'Better Girl', 'Do You Love Me Like You Used To', 'Dreaming My Life Away', 'Let's Go Home' e 'Up All Night') e concludono quest'album che è in un certo senso una richiesta di aiuto dal sapore pop-surf della povera Bethany: purtroppo, la mancanza di un singolo da ballare tutta l'estate e di una chiara vena 'emo' anche nella musica e non solo nei testi, lo rende semplicemente la versione triste del predecessore 'Crazy For You': un disco anche piacevole, ma incredibilmente poco interessante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 11 tracce per 34 minuti da spendere guardando tristemente l'oceano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "And when i go out i don't feel anything / I just keep on spending my money / One day it will be gone / And then i'll have to write another song", da 'Last Year'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: "Queste canzoni parlano della mia reazione al cambiamento che la mia vita ha avuto, e di quanto sia diventata caotica, dopo che i Best Coast hanno avuto successo. Ero sempre in tour e non dormivo, non mi prendevo più cura di me stessa. Ho capito che la maggior parte delle cose che faccio non mi rendono felice. Questo è il tema principale che percorre tutto l'album, sono continue domande a me stessa ma alla fine ho capito che posso tener testa ai miei problemi e sconfiggerli. Voglio diventare una persona migliore e crescere."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.bestcoast.us/" target="_new"&gt;Bestcoast.us&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1348</guid><pubDate>Wed, 23 May 2012 00:40:46 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Michael Kiwanuka: Home Again]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1346</link><description>GENERE: soul, blues-folk.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Michael Kiwanuka (voce, chitarra, basso), Gary Plumley (flauto, sassofono), Paul Butler (sassofono, batteria, percussioni, violoncello, piano, tromba), Andy Parkin (violino), Tim Parkin (piano, tromba)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: album d’esordio per il ventiquattrenne londinese di origini ugandesi: lo scorso anno Michael ha pubblicato un paio di EP via Communion Records e stato in tour insieme ad Adele e Laura Marling, prima di firmare un contratto con la Polydor. A gennaio è stato eletto migliore artista emergente dalla BBC, attraverso la famosa lista 'Sound Of 2012' e il suo debutto sulla lunga distanza, prodotto da Paul Butler, è risultato essere uno dei più attesi di quest’anno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: nonostante la giovane età, Kiwanuka ha già ottenuto paragoni straordinari con nomi molto importanti della musica soul quali Otis Redding, Marvin Gaye, Terry Callier, Bill Withers e Sam Cooke: non solo la sua voce è incredibile e unica, ma anche la ricca strumentazione (dalle chitarre alla tromba, passando per sassofono, basso, flauto, piano, batteria, violino, violoncello) contribuisce a creare pezzi dalle fantastiche atmosfere. ‘Home Again’ è un album dalla produzione intelligente e moderna, ma capace di far assaporare un sapore classico all’ascoltatore, senza per questo dovere per forza risultare derivativo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: sono tanti gli artisti che, negli ultimi anni, hanno cercato di recuperare l’atmosfera della musica soul degli anni ’70, non tutti però con risultati soddisfacenti; Kiwanuka, invece, dimostra di avere grandissime qualità, la ricchezza del suo sound ha il potere di riuscire a trasportare chi ascolta direttamente a Harlem. Il ragazzo proveniente da Muswell Hill, Londra può essere considerato come folk-singer, ma dentro a ‘Home Again’ si possono trovare anche altre influenze: nell’iniziale ‘Tell Me A Tale’, ad esempio, il mix di fiati (flauti e corni) crea sensazioni jazz; i caldi arpeggi chitarristici presenti nella title-track e in ‘Rest’ riempiono il cuore e mostrano l’anima più profonda del cantante di colore inglese. La sua preziosa e profonda voce, che ha giustamente ricevuto numerosi elogi dalla stampa musicale inglese, funziona così bene che riesce a trasformarsi in un vero e proprio strumento musicale, come si può notare nel meraviglioso gospel ‘Always Waiting’, un’esperienza sonora davvero incredibile. Se non si possono negare i riferimenti al passato, comunque ‘Home Again’ è un album di ottima qualità, raffinato, con un sound fresco e attuale, magari non immediato, ma capace di conquistare l’ascoltatore dopo più ascolti, grazie alle sue canzoni ricche di strumentazione e d’intimità, ma allo stesso tempo semplici e creato da un giovane musicista soul di talento, sincero ed intelligente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: quasi sempre lenta. Lo stesso Kiwanuka in ‘Rest’ dice "I ain’t in no hurry at all".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Lost again / Lost again / One day I know / Our paths will cross again / Smile again / Smile again / One day I hope / To make you smile again / I won’t hide", da ‘Home Again’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: a ‘Sabotagetimes.com’ riguardo al singolo di debutto ‘Tell Me A Tale’: "Ho scritto quella canzone all’isola di Wight, ero a casa di Paul (Butler, cantante dei Bees e produttore dell’album, ndr) ed è uscita in maniera del tutto naturale" e riguardo all’uso di un flautista nel pezzo: "Stavo ascoltando David Axlerod molto spesso in quel periodo, lui usa spesso il flauto, la mia idea è stata ispirata dalla sua musica."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://michaelkiwanuka.com/" target"=_new"&gt;Michaelkiwanuka.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=eJtrgat_QS4:dfx2PIodZog:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1346</guid><pubDate>Sun, 20 May 2012 12:00:52 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Heartbreaks: Funtimes]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1345</link><description>GENERE: indie-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Matthew Whitehouse (voce, chitarra ritmica), Joseph Kondras (batteria), Ryan Wallace (chitarra solista), Chris 'Deaks' Deakin (basso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: attivi dal 2009 e provenienti da Morecambe (cosa non di poco conto, visto che nel disco profumi e colori di casa vengono spesso descritti, richiamati e omaggiati), gli Heartbreaks arrivano finalmente al primo LP dopo averci deliziato con 4 singoli preparatori (usciti in 7” con edizione limitata), tutti presenti sul disco, seppur in una nuova versione. In questi anni si sono distinti suonando di supporto a gruppi o solisti decisamente quotati in UK, citiamo solo un paio di nomi, fra i tanti, a titolo d’esempio: Hurts (assieme a loro hanno suonato anche in Italia) e il buon Morrissey.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ah, quanto fa male avere il cuore spezzato. Forse la cosa migliore è parlarne, raccontare le proprie pene e dispiaceri a qualcuno che ti vuole ascoltare, sperando poi di stare meglio. Se sei un musicista devi però anche saper musicare al meglio le tue parole, in modo da creare un tappeto sonoro ideale a quello che stai dicendo. Ecco che gli Heartbreaks, per raccontare le loro storie, plasmano, con stupefacente maturità, accattivante e coinvolgente materia guitar-pop, che racchiude al suo interno un poetico cuore Smithsiano al quale è impossibile resistere. Ma se il gruppo di Morrissey sembra essere la fonte d’ispirazione principale, non mancano echi di un pop glorioso e d’alta scuola come Aztec Camera, Orange Juice (non è un caso che Edwyn Collins graviti già da un po’ nell’orbita del gruppo e sia impegnato anche nella produzione di un brano, mentre il resto dell’album è curato da Tristan Ivemy) o, perché no, Elvis Costello, ma anche un piglio glam e un certo taglio che rimanda ai ‘60s. Eppure non ci troviamo di fronte a semplici imitatori o a qualcosa di semplicemente retrò, attenzione. L’esuberanza giovanile filtra e fortifica suoni e immaginari, rendendo più sonico il feedback delle chitarre o rutilante la batteria: gli Heartbreaks sono pienamente adatti all’anno 2012, anche se, ovvio, la lista degli eroi musicali del quartetto guarda decisamente a tempi passati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: sarò sincero, se nel disco non fosse che almeno una metà di pezzi erano già stati fatti uscire precedentemente avrei tranquillamente dato un bel 9. La massiccia presenza di canzoni già edite, che qui vengono comunque risuonate, mi costringe ad abbassare il voto, ma la stima ovviamente rimane molto alta. Difficile trovare qualcosa che non funzioni all’interno di ‘Funtimes’: gli Heartbreaks  danno l’idea di essere un diamante che deve essere ancora smussato e levigato in alcune parti, ma che fin da subito dimostra valore e lucentezza inestimabili. L’importante è che in futuro non imprigionino quella carica e quella vitalità che qui dimostrano di avere in abbondanza, assieme a una capacità melodica sopra la media. Accadesse sarebbe decisamente un grave errore. Al singolo d’esordio ‘Liar, My Dear’ spetta anche il compito di aprire le danze: il pezzo racchiude in se tutte le caratteristiche sopraelencate ed è la perfetta cartina tornasole di quello che si andrà a sentire nel corso dei successivi 35 minuti: chitarre jangly, Johnny Marr che aleggia nell’aria e un ritornello irresistibile. Se non siete stati conquistati subito ci pensa ‘Delay, Delay’ a piazzare il KO. Probabilmente uno dei singoli indie-pop più accattivanti del 2012 con quella melodia così facile e appiccicosa: un giro in giostra che si vorrebbe non finisse mai, una canzone capace di conquistare e non staccarsi più dalla testa. Da li la strada è in discesa e tutto risulta così naturale e genuino da lasciare senza fiato, sia che si guardi all’indie (il funk-pop di ‘Remorseful’), sia che si giochi anche sulla canzone furba quasi 'da classifica', ovvero ‘Polly’, che avrebbe tutte le carte in regola per diventare tormentone radiofonico. Punti esclamativi vanno anche a ‘Hand On Heart’, in cui il falsetto di Matthew Whitehouse ci porta in paradisi melodici incantevoli, al lavoro chitarristico superlativo di Ryan Wallace nel travolgente singolo ‘Jealous, Don't You Know’ e la già conosciuta ‘I Didn’t Think It Would Hurt To Think Of You’, che chiude il disco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: sostenuta e coinvolgente: batticuore assicurato!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "The rainfall in Morecambe embitters me / It fucks my hair and stings my cheeks / But you know that I am fond of you / And all the things we’re yet to do", da 'Liar, My Dear'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Chris Deakin a ‘Mediaessentials.co.uk’: “Ho qualche disco degli Smiths, ma io intendo Bruce Springsteen come vera influenza musicale. Sono veramente pieno di cose sue, ma ho anche ascoltato gente come gli Echo &amp; The Bunnymen. Trovo che ci sia anche un’ influenza Soul, anche quello più scuro, che penso sia un aspetto sottovalutato del nostro gruppo.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://theheartbreaks.net/" target="_new"&gt;Theheartbreaks.net&lt;/a&gt;'&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=DGee2fKATHE:3OLKIrYIZpQ:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1345</guid><pubDate>Wed, 16 May 2012 16:14:58 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Father John Misty: Fear Fun]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1344</link><description>GENERE: Laurel Canyon sound.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Joshua Tillman, o J Tillman: “I never liked the name Joshua / I got tired of J.” OK, quindi per ora Father John Misty. Dimissionario dalla batteria dei Fleet Foxes ma non nuovo alla produzione solista, comunque all’esordio sotto il nuovo moniker. Con lui, dall’altra parte del vetro, niente meno che Jonathan Wilson e Phil EK.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: “Look out, Hollywood, here I come!”, come recita il brano di apertura, è una frase più che emblematica per raccontare il mood del disco. Pubblicamente stanco dell’esistenza totalizzante da Fleet Foxes (oltre che parte del gruppo, Tillman era anche fidanzato con la manager nonché sorella del leader Robin, Aja Pecknold), in cui per sua stessa ammissione non c’era minimo spazio per la creatività individuale, il cantautore ha deciso di cambiare vita. Tagliati barba e capelli, e abbandonata la piovosa Seattle per le soleggiate colline hollywoodiane, la vita a Laurel Canyon è stata di ritrovata ispirazione. Interamente registrato nei famosi studi di Jonathan Wilson, infatti, 'Fear Fun' è la perfetta trasposizione al presente del sound che ha reso celebre lo storico quartiere hippie. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: un artwork che vale più di mille parole: tratti folk, una massiccia dose di psichedelia - di stampo britannico, però - e quel Laurel Canyon sound che, come un infarto o un orgasmo, è impossibile da spiegare a chi non l’abbia mai provato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: a un certo punto arrivi a trent’anni, e cominci a chiederti chi sei, e se quello che stai facendo effettivamente ti rappresenti. È una brutta domanda per chiunque, non importa quale sia la tua professione. A un certo punto arrivi a trent’anni, e ti rendo conto che, fino ad adesso, hai vissuto totalmente sotto controllo, secondo un cliché che soddisfa pienamente le aspettative solo di chi hai intorno. A un certo punto arrivi a trent’anni, e capisci che quell’individuo a cui piaceva far tardi nei bar, bevendo ogni sera con una persona diversa, ballando e ridendo cinicamente con i propri amici, è diventato il simbolo di uno spleen che non gli appartiene, infelicemente accasato con qualcuno che tiene le redini della sua vita e della sua carriera, e dallo sguardo perennemente perso e insoddisfatto. È esattamente a questo punto che si dice basta. 'Fear Fun' è figlio voluto di uno di questi ‘basta’. Un giro nella perdizione, che parte con un’intenzione chiara: “Fun times in Babylon / That’s what I’m counting on” sono, infatti, i versi che aprono il disco, e che, immediatamente, accompagnano nell’atmosfera di violenta debauchery che anima tutta l’opera. Poco importa l’ispirazione gospel che affiora, a tratti, in pezzi come 'O I Longo To Feel Your Arms Around Me' o 'Only Son Of A Ladiesman'; nel suo viaggio all’inferno, Tilmann sembra aver appreso appieno la lezione lasciata in eredità dalla stagione gloriosa della suo nuova residenza: se 'I’m Writing A Novel' non sfigurerebbe in un album dei Byrds, le chitarre e l’andamento di 'This Is Sally Hatchet' sembrano pescare a piene mani dalla tarda psichedelia beatlesiana di 'Come Together'. Come nella migliore letteratura di viaggio, lo spostamento geografico, attraverso l’abbandono a se stessi, porta a una crescita interiore. Così, anche questa esperienza si conclude con una ormai disillusa presa di consapevolezza: 'Everyman Needs A Companion'. Come ogni Künstlerroman, 'Fear Fun' entra a poco a poco in chi lo ascolta, cresce nel tempo, a ogni passaggio, ammaliante, fino a diventare una presenza necessaria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: una serata fra trentenni in un bar di Mid-City, tra alcol e sostanze non proprio legali, finita con uno sconosciuto nel proprio letto, di cui difficilmente la mattina dopo ci si ricorderà il nome. Finalmente, la rinascita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Jesus Christ, girl / I laid up for hours in a daze / Retracing the expanse of your American back / With Adderall and weed in my veins”, da 'Hollywood Forever Cemetery Sings'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: a 'Nodepression.com': “Come artista, devi farti esplodere, per proseguire. Chiunque crei qualcosa sa che deve distruggere delle cose per crearne altre che siano reali e parlino dell’esperienza umana in modo significativo. Ho deciso che tutto ciò che farò, da ora in poi, deve essere quello che desidero di più fare.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://fatherjohnmisty.tumblr.com" target="_new"&gt;Fatherjohnmisty.tumblr.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=332RMliFdzo:k-G81lO-KJ0:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1344</guid><pubDate>Tue, 15 May 2012 00:25:54 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Mystery Jets: Radlands]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1342</link><description>GENERE: indie-rock condito con un pizzico di country.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Blaine Harrison (voce, chitarra e tastiere), Henry Harrison (testi, tastiere), William Rees (chitarra, voce) e Kapil Trivedi (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: la quarta fatica della band di Eel Pie Island (Londra) vede il suo concepimento e la sua nascita tra Londra, Streatham e Austin (Texas), dove i Mystery Jets si sono trasferiti nel marzo 2011 portandosi dietro solo le loro chitarre e qualche canzone, una delle quali è intitolata 'Radlands' (un mix tra 'Badlands', film del 1970 di Terrence Malik e 'Redlans', la proprietà di Keith Richards nel Sussex) e ha dato il nome sia all'album che al loro studio di registrazione, allestito in una casa sulle rive del fiume Colorado.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: le strade polverose, il legno vecchio delle case, lo scorrere lento del Colorado insieme alla strumentazione arrangiata, il coro della comunità di Streatham e l'umidità londinese sono gli ingredienti principali di 'Radlands', un album lento, sorridente e allo stesso tempo malinconico come solo il sud degli Stati Uniti sa essere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: l'ascolto cronologico degli album dei Mystery Jets permette di intuire chiaramente il percorso compiuto dai quattro londinesi, percorso di naturale crescita sia tecnica che personale, che rimane comunque sempre fedele allo stile 'indie-pulito-innamorato' tipico della band. Anche 'Radlands', per quanto intriso di America e sicuramente più originale rispetto ai suoi predecessori, rimane decisamente all'interno dei canoni abituali: si apre con la traccia omonima che introduce al mood dell'album, scelta sicuramente meditata stando alle parole dello stesso Blaine Harrison, che la descrive come la canzone che esprime più di tutte lo spirito con cui sono partiti alla volta del Texas. Significative sono anche la traccia numero 2, 'You Had Me At Hello' e la numero 4, 'The Ballad Of Emmerson Lonestar', che dietro la voce chiara di Harrison nascondono il ritmo e il sapore tipico della musica country. Bellissima 'The Hale Bop', uno dei brani chiave dell'intero lavoro con un pizzico dell'ottimismo dei brani gospel della domenica mattina e un pizzico di be-bop; 'Take Me Where The Roses Grow' è invece una ballatona a due voci di quelle che immagini in un film sui cowboy del 2000. Divertente l'aneddoto riguardante 'Sister Everett', che si basa sull'incontro tra la band e una missionaria della Church Of Jesus Christ of Latter Day Saints, avvenuto sul volo verso il Texas: la donna, stando al racconto di Blaine Harrison, tentò durante tutto il viaggio di convertire William Rees e all'atterraggio gli diede il suo biglietto da visita. Dal suo nome il titolo del brano, nel quale appaiono anche le voci del coro femminile di Streatham. La traccia numero 10, dal significativo titolo 'Lost In Austin', riassume lo stupore con cui la band ha vissuto la sua esperienza americana, e sembra quasi una dichiarazione di amore e gratitudine per le pianure texane. L'ultimo brano è 'Luminescense', solo voci e chitarre che sanno di blues, un degno "bye bye" che chiude un bell'album.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: undici tracce per un totale di 52 minuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "I've heard that there’s a place where you go when you die / It's a terribly overrated, horseshit-shaped hole in the sky", da 'Radlands'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Blaine Harrison: "In aereo abbiamo portato solo le nostre chitarre e quindi abbiamo finito per farci prestare tutta la strumentazione da un ragazzo di nome Jack che gestiva un piccolo studio in collina, ed è per questo che le canzoni suonano in questo modo particolare. Durante il giorno sotto il portico scrivevamo i testi e la sera una famiglia di Deer si riuniva in cortile a sentirci suonare le nuove canzoni. Quando siamo tornati a casa, era difficile pensare che fosse accaduto realmente. Sembrava uno strano sogno. Ma quando Dan Carey ha sentito il materiale e ci ha invitati nel suo studio, abbiamo ascoltato di nuovo tutto ed era tutto lì, era reale. L’unica cosa che mancava erano delle cantanti gospel e le abbiamo trovate fra le signore del coro della comunità di Streatham."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://mysteryjets.com/" target="_new"&gt;Mysteryjets.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1342</guid><pubDate>Wed, 2 May 2012 13:31:09 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Dry The River: Shallow Bed]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1339</link><description>GENERE: indie-folk, folk-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Peter Liddle (voce, chitarra), Will Harvey (violino, mandolino, viola), Jon Warren (batteria), Matt Taylor (chitarra), Scott Miller (basso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: opera prima per la indie-folk band inglese, dopo una manciata di EP e singoli, la nomination nella lista 'Sound Of 2012' della BBC e il notevole hype che la stampa musicale britannica, in particolare NME, ha dato loro negli ultimi mesi. ‘Shallow Bed’ è stato prodotto da Peter Katis e registrato nel suo studio nel Connecticut.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: la band londinese cita tra le sue influenze Arcade Fire, Elbow e Mumford And Sons: probabilmente i Dry The River non riusciranno a raggiungere il livello di queste tre band sotto il profilo della fama e del successo commerciale, sebbene ‘Shallow Bed’ sia comunque un album più che discreto e assai piacevole all’ascolto, ma il talento non manca. I loro testi sono piuttosto tristi, a volte tragici e parlano di problemi di alcolismo che rovina le famiglie, di matrimoni andati male, di depressione, e danno l’impressione di raccontare episodi reali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: uno degli aspetti che più colpisce in ‘Shallow Bed’ è, senza dubbio, l’emozione che si può trovare all’interno di tutti i suoi brani. La passione è una presenza innegabile: prendiamo, per esempio, un brano come ‘Demons’, che racconta una storia con cui chiunque, ad un certo punto della vita, si può relazionare, il suono pieno e orchestrale che lo completa è semplicemente delizioso e regala sensazioni indescrivibili a chi ascolta. In più di un brano, soprattutto in ‘Shield Your Eyes’ e ‘New Ceremony’, dove si può anche vedere un marcato tentativo di creare epicità attraverso l’unione di melodiosi cori pop cari alla musica inglese con elementi della tradizione folk, è evidente la somiglianza della gradevole voce di Peter Liddle con quella di Guy Garvey: il giovane londinese forse non riesce ad avere lo stesso impatto sotto il profilo emozionale del frontman della band mancuniana, ma sa comunque creare atmosfere piacevoli. Proprio la voce di Liddle, spesso in falsetto, è una delle caratteristiche più importanti della musica dei Dry The River: particolare e unica, è capace di regalare un’abbondanza di ricche e calde armonie (che a volte possono ricordare quella dei ben più famosi Fleet Foxes) all’ascoltatore come nel brillante ‘No Rest’ o nell’ottimo singolo ‘Weights &amp; Measures’, senza dubbio uno degli highlights di questo album. ‘Shallow Bed’ è, in definitiva, un debutto più che sufficiente che, magari senza brillare troppo sotto il profilo dell’originalità, rimane comunque gradevole e propone parecchi episodi importanti, sarà interessante vedere che strada i Dry The River vorranno seguire per il loro sophomore album.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: disco piuttosto tranquillo, ma con parecchie emozioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: il lamento di Peter Liddle nel singolo ‘Weight &amp; Measures’: “I was prepared to love you / And never expect anything of you” e poi ‘Baby, there ain’t no sword in our lake / Just a funeral wake.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il frontman Peter Liddle a ‘Toromagazine.com’ riguardo alle canzoni presenti nel loro debutto: "Alcune canzoni sono state scritte prima della formazione della band, hanno cinque o sei anni. Non posso dire che non mi piacciano, ma se le dovessi scrivere adesso, sarebbe sicuramente diverse. Mi piace guardare i nostri progressi rispetto all’inizio e credo che sia ciò che ‘Shallow Bed’ può mostrare."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.drytheriver.net/gb/home/" target="_new"&gt;Drytheriver.net&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=huN-kEzIC7E:tvDOagKyoSo:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1339</guid><pubDate>Sun, 29 Apr 2012 22:03:38 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Allo Darlin': Europe]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1338</link><description>GENERE: indie-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Elizabeth Morris (voce, ukulele), Paul Rains (chitarra), Bill Botting (basso), Mikey Collins (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: datato 2010, l’album d’esordio degli Allo Darlin’ aveva portato alla band londinese per via australiana le meritate attenzioni (e paragoni con Belle &amp; Sebastian, Lucksmiths e Camera Obscura). Pieno d’entusiasmo, per certi versi impertinente, vulnerabile e quindi genuino e familiare, certo adorabile, aveva il suo punto distintivo e di forza vera nel peso autentico delle liriche: pur essendo stato un buon esempio di twee -quel particolare tipo di indie-pop (quello vero) spesso e volentieri, causa ascolto superficiale, in fretta bollato (e accantonato) come non serio, come “musichette prive di machismo”- portava in sè una disarmante franchezza a conferirgli gravità. Tutti questi elementi, eccetto il twee-cuteness, stanno anche in ‘Europe’. Tolto quel livello, il sophomore degli Allo Darlin’ carica di ulteriore serietà le canzoni, ha un suono più espanso ma pure più definito, le stesse immediate qualità pop del suo predecessore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: da ‘Europe’ promana senso di incertezza, nel dualismo tra vita personale e movimento culturale globale in cui ci si trova. È incentrato sulle relazioni, sul significato di “casa” che sempre più va a dissolversi, sull’attuale, perpetuo sparpagliarsi e separarsi, lasciarsi indietro e poi chiedersi l’uno dell’altro, ma certo pure sull’impatto che la media-culture ha su di noi, sui nostri legami con le cose “solide”. E dovrebbe bastare quanto detto finora a render chiaro che ‘Europe’ non è un disco per tutti, certo non per chi si impegna a rincorrere ed ascoltare soltanto il mai sentito prima, meno ancora per chi presta attenzione esclusiva a ciò che è –e all’essere- cool. ‘Europe’ è un disco per quelli a cui ancora importa dei testi, per quelli a cui versi quali “this is the year we’ll make it right” o “I cannot explain why I haven’t been feeling myself” dicono qualcosa, portano alla mente qualcosa, anche fuori contesto. ‘Europe’ è per chi lascia siano le canzoni a scandire persone, luoghi e sensazioni, per chi alle canzoni inchioda persone, luoghi e sensazioni. Gli Allo Darlin’ stessi, non l’han mai nascosto, sono fra questi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: evitando di tornare sia sul discorso franchezza/apertura delle confessioni dei quattro che su quello sottostante, ovvio, del virtuale avvicinamento per questo degli artisti allo status di conoscente, amico dell’ascoltatore, si ricorderà infatti (magari no, ma non si vuol togliere il gusto di cercarla) che già nel self-titled di debutto, fra i riferimenti alla pop-colture che egualmente in ‘Europe’ tornano (là c’eran Woody Allen e i film di Ingmar Bergman, qua ‘Neil Armstrong’ a portar il paragone per il “tutti fluttuiamo”), gli Allo Darlin’ pure cantavano un frammento del testo di uno dei loro brani preferiti dei Weezer. Ebbene in ‘Europe’ il modo “meaningful” degli Allo Darlin’ di intendere e vivere la musica è in full display lungo tutto l’LP. In ‘Tallulah’, uno dei momenti clou dell’album, la Morris, in solo voce-ukulele, canta di persone e posti andati appaiandoli a momenti musicali, lei e il suo compagno in macchina a cercare qualcosa di valido alla radio per poi ricordarsi di avere “the tape with Tallulah on it” (rimando all’omonimo album dei Go-Betweens o ai Talulah Gosh, probabilmente); per ‘Some People Say’, struggendosi per qualcuno lontano, Elizabeth si chiede se questi si senta allo stesso modo di lei ascoltando la stessa canzone che lei sta ascoltando, “a song that to me has a hidden meaning”; in ‘The Letter’ canta “But we can’t help the things we choose/And I pictured you singing the Silver Jews”; per ‘My Sweet Friend’, infine, fa prima “You said/a record is not just a record/a record can hold memories” per poi esplodere in “all these records sound the same to me/and I’m full up with memory”. ‘Europe’, oltre alla sua maturità, ha insomma tutto ciò che serve per essere un album che tanto significhi per particolari persone. E gli Allo Darlin’ con lui come gruppo, se è vero –ed è vero- che le migliori band della nostra epoca sono soltanto le migliori band nella nostra testa e finché incontriamo e ci rapportiamo con persone che le percepiscono alla stessa maniera. Per gli altri ‘Europe’ sarà comunque tra le migliori occasioni dell’anno 2012 da cogliere per gustarsi i piaceri del migliore dei toe-tapping. Ma se, come fa Elizabeth Morris di nuovo in ‘Tallulah’, vi sia capitato di chiedervi se avete “already heard all the songs that’ll mean something”, da qui la risposta è no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: standing-still jangly air-guitar (in alternativa al già suddetto toe-tapping), se non per i tre passaggi più malinconici (‘Some People Say’, ‘Tallulah’, ‘My Sweet Friend’).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “This is love / This is leaving / This is life / This is leaving”, da ‘Europe’: è un compendio perfetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: da un’intervista alla Morris pubblicata su 'Noripcord.com': “Sono certamente romantica, ma trovo pure difficile trovare songwriter che non lo siano. Certo tutti i miei preferiti lo sono, Jonathan Richman, Lou Reed, Cole Porter... D’altra parte, anche se scrivi riguardo a politica o ideali lo fai di argomenti estremamente romantici.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://allodarlin.com/" target="_new"&gt;‘Allodarlin.com’&lt;/a&gt;&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1338</guid><pubDate>Sat, 28 Apr 2012 22:33:32 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[All The Young: Welcome Home]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1337</link><description>GENERE: british-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: i fratelli Dooley sono l’asse portante del gruppo, che si presente nella classica formazione a quattro: Ryan Dooley (voce), David Cartwright (chitarra), Jack Dooley (basso), Will Heaney (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: gli All The Young sono la naturale evoluzione di un gruppo precedente, i New Education, attivi nel biennio 2008-2009. In pratica, restando invariato il genere musicale, hanno cambiato il nome, cambiato look (via gli occhiali e andazzo da nerd e avanti con giacca, camicia e cravatta), cambiato batterista ma hanno ben pensato di non buttare alle ortiche il materiale sonoro precedente, così un terzo del disco era già bello che pronto. Morrissey pare avere una stravagante e discreta cotta per loro, avendoli voluti pure in tour.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: la ricetta degli All The Young è decisamente semplice. Vai a vedere le loro facce all’interno del booklet e sono li tutti seri e imbronciati, poi ascolti l’album e ti fanno quasi tenerezza nel riproporre con tenacia e dedizione un suono decisamente metà anni ‘90. Verrebbe quasi da dire fuori tempo massimo, ma il fatto che in questo sound vi si gettino a capofitto e in modo così ingenuo ce li rende anche simpatici. L’idea è proprio quella di 4 scolaretti che non sono certo i primi della classe, ma che ce la mettono tutta per seguire i loro modelli di riferimento. Tanto per capirsi, anche se loro citano gente come Smiths, Cure e Stone Roses, la verità è che nel diario svettano le foto dei Clash e di Noel. Alla fine ci si ritrova con degli onesti cloni dei Northern Uproar, che giocano con epicità ed eroismo di seconda mano, ma che ogni tanto debordano, soprattutto quando il ritmo rallenta, nel più classico “Noel rock” che durante il brit-pop aveva fatto non pochi proseliti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: la prima cosa che ho pensato guardando la scaletta è stata che le sapevo praticamente tutte. Non solo sono stati ripresi i pezzi dei New Education, opportunamente risuonati e resi più carichi ovviamente, ma anche far uscire ben tre singoli prima dell’album e inserirli tutti mi pare quantomeno poco rispettoso verso l’acquirente. Ma poi penso che non tutti sono malati come il sottoscritto, che si attrezza per riempirsi la casa di 7”, per cui immagino che la cosa sia stata anche gradita da chi di solito non acquista il formato più piccolo, che prepara l’uscita di un disco. Non manca la buona volontà, la capacità di creare ritornelli immediati, la chitarra rumorosa che disegna trame solide e piacevoli, i cori puntuali, la produzione adatta al genere che mette in risalto un batterista che si danna a picchiare anche più del dovuto. Insomma già al 3-4 pezzo hai già presente come e dove si andrà a finire. Nulla di nuovo sotto il sole in pezzi come ‘The First Time’ o ‘Quiet Night In’, ma la garanzia di 4 minuti di piacevole e ben suonato guitar rock, mentre le più cadenzate ‘Chase’ e ‘The Horizon’ esemplificano il mio discorso sui rimandi agli Oasis (quelli del secondo e terzo disco) in veste decisamente lineare. In ‘New Education’ compare anche una chitarra acustica e direi che ci sta bene, giusto per variare un po’ l’andazzo. I sei minuti di ‘Welcome Home’ alzano il tiro sonico nei minuti finali, chiudendo a ritmi sostenuti un disco che tutto sommato raggiunge la sufficienza, ma oltre non può andare, anche se la “limited edition” dell’album con edizione cartonata rigida a mo’ di libro meriterebbe un mezzo punto di riconoscenza!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: sostenuta e pimpante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Thank you for coming / Thank you for your time and / Thank you for listening to me”, dal singolo ‘The First Time’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il bassista Jack Dooley, nell’intervista rilasciata a 'Indie-Rock.it', nel settembre del 2011: “Siamo carichi ed energici, ma abbiamo grande attenzione per la melodia e per i suoni che arrivano diretti alle orecchie e si fanno riconoscere subito”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.alltheyoung.co.uk/" target="_new"&gt;Alltheyoung.co.uk&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=aTZybaSuEXs:0DP8dtHDae4:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1337</guid><pubDate>Fri, 27 Apr 2012 17:34:22 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Dandy Warhols: This Machine]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1336</link><description>GENERE: alternative, power pop, neo-psychedelia, passando per il garage, il synth-pop anni '80 e, in questo caso, un pizzico di goth mischiato al grunge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Courtney Taylor-Taylor (voce, chitarra), Peter Holmström (chitarra), Zia McCabe (tastiere) e Brent DeBoer (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: il nono album della band di Portland arriva a quasi due anni di distanza dall'uscita del greatest hits 'The Capitol Years 1995-2007' e a ben 4 dell'album '...Earth to the Dandy Warhols...'. 'This Machine' è un album corposo di undici tracce che vede la collaborazione con la band di Tchad Blake (noto per aver lavorato con Pearl Jam e Black Keys) al mixaggio, dell'autore di fantascienza Richard Morgan, che ha scritto quattro racconti brevi per la presentazione dell'LP, e di Hickory Mertsching, artista di Portland che ha realizzato la copertina dell'album.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: una genesi lenta e una lunga attesa che hanno riportato sulla scena i Dandy Warhols in una nuova veste dalle sonorità più cupe, tendenti al grunge e sì, anche al goth: decisamente un guardare al passato e al primo album 'Dandys Rule OK' del 1995, al loro inizio rude dai toni garage al quale fece seguito una ricerca musicale che li spinse verso tutt'altri lidi, cioè la psichedelia, l'elettronica e il power-pop. Chitarre decise e suoni ripuliti mischiati alla voce seducente di Taylor-Taylor e all'elettronica, ritmi allentati intervallati da riff dal sapore grunge, una copertina che è un po' una natura morta: la svolta 2012 del gruppo che abbiamo amato in versione "bohemian" è decisamente una svolta dark, sebbene si senta ancora quella nota ottimista di sottofondo che ci fa dire: "sì, sono i Dandy Warhols".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: si inizia con 'Sad Vacation', che subito catapulta l'ascoltatore nell'atmosfera dark/grunge dell'album: un'intro un po' shoegaze con chitarra distorta e batteria molto ritmata. Segue 'The Autumn Carnival' (giustamente, le persone tristi e cupe il carnevale lo sognano in autunno...), con un Taylor-Taylor sussurrante che nella seguente 'Enjoy Yourself' diventa quasi stentoreo e declamante, le chitarre più graffianti, per un pezzo che ricorda vagamente lo stile Franz Ferdinand. Il momento electro si ha con la traccia numero quattro, 'Alternative Power To The People', niente voce ma solo un bell'amalgamarsi di suoni taglienti. Nella seconda metà l'album riprende un po' spirito anche se non acquista velocità: molto bella '16 Tons', lenta, catchy, con un'allure jazz data dal sassofono che crea un'atmosfera un po' "Depeche Mode al piano bar". Nel complesso, 'This Machine' è un album ben riuscito, interessante proprio per l'evoluzione stilistica della band, sebbene non sia una grande ventata di novità nel panorama musicale del duemiladodici: piacevole dunque sì, ma senza lasciare il segno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: variabile in tutte le declinazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "There's music deep inside of me", canta Taylor-Taylor in 'I Am Free'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Courtney Taylor-Taylor in un'intervista per 'The Nervous Breakdown': "I termini 'Goth' e 'grunge' continuano a ricorrere nelle mie conversazioni riguardo a questo disco. Ma penso che la cosa più importante per me è che sia indubitabilmente un album di una giutar-band. Siamo chitarristi, del resto."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.dandywarhols.com" target="_new"&gt;Dandywarhols.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=Z_g_4SX7Ktc:XGPJOVgzQoc:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1336</guid><pubDate>Tue, 24 Apr 2012 01:12:10 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Marion: Alive in Manchester]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1335</link><description>GENERE: indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: la formazione è praticamente quella originale, con Jaime, Phil, Tony, Julian (e non Nick Gilbert al basso) e alla batteria Jack Mitchell (ex Haven), al posto di Murad Mousa, che ormai già dal 2006 è sempre stato presente nei vari tentativi di far ripartire il gruppo. Non presente sul palco, ma figura decisamente importante in questo ritorno è Bruce McKenzie, che cura il management del gruppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: album dal vivo registrato il 17 dicembre 2011 al Manchester Club Academy e prima uscita ufficiale dei 'nuovi' Marion che finalmente riabbracciano Tony e Julian (che si è occupato anche del mixaggio del disco), non presenti nella prima reunion datata 2006. Il concerto è presente nella sua interezza, addirittura non viene neanche tagliato lo spazio in cui il gruppo lascia il palco e ritorna per il bis, mantenendo quindi solamente il rumore del pubblico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: parlare di un disco dal vivo dei Marion nel 2012 non riguarda solo la musica. Va a toccare anche un livello umano, in particolare quello di Jaime Harding e della battaglia contro i suoi incubi e le sue dipendenze. Avere fra le mani questo lavoro significa che la guerra è finita, che il passato terribile si è chiuso e inizia un nuovo percorso, una nuova vita direi. Questa forse è la più bella notizia: così come era stato straziante vedere una delle più belle voci inglesi degli anni '90 buttarsi via in questo modo, adesso è veramente una gioia sapere che lui sta bene e che il gruppo è pronto a rimettersi in gioco. Una traduzione della parola 'alive' è proprio “pieno di vita”, direi che non ci potrebbe essere significato migliore in questo caso e queste 14 tracce lo stanno a dimostrare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: potevano non aprire le danze con ‘Fallen Through’? Ovviamente no e l’attacco è di quelli che mettono le carte in tavola belle chiare: potenza, suono compatto, voce di Jaime precisa e limpida (e lo sarà in tutto il concerto, con acuti e timbriche molto buone) e un Jack Mitchell che fa il suo onesto lavoro di buon picchiatore alle pelli. La premiata ditta chitarristica Phil &amp; Tony viaggia che è un piacere e l’alchimia pare non essere mai svanita, fino ad arrivare al loro apice nella nuova ‘The Biggest Painkiller Of All’, che nel finale è tutto un rincorrersi di assoli e ritmica distorta. Se il live dev’essere la fotografia del momento, lo specchio sul quale riflettere lo stato di salute del gruppo, beh, direi quindi che i Marion stanno piuttosto bene, e visto che non si vive solo di passato ma per fortuna c’è anche il presente e perché no, il futuro, tra le canzoni più conosciute c’è spazio anche per alcuni inediti che lasciano ben sperare, come la già citata ‘Biggest Painkiller’. In particolare  piacciono ‘Hurricane’ e ‘Oh Lord’, dirette, brevi e taglienti, che rimandano al sound oscuro ed emozionale del primo disco, con quell’approccio chitarristico che fa molto primissimi U2. Esce dai canoni del gruppo ‘I Won’t Pretend’ (non chiedetemi perché ma ogni volta che la sento mi viene in mente un Chris Isaak con gli steroidi), che sarebbe piaciuta forse al Martin Rossiter della fase in cui chiedeva ai Gene di tirare fuori i muscoli, e mi pare di poco spessore invece ‘The Vines’, che non  emerge particolarmente in melodia e si candida al ruolo di B-side, nulla più. Poi, ovviamente, ecco le canzoni del primo disco che riportano la nostra memoria al 1996, anno della pubblicazione appunto di ‘This World and Body’. Bella la scaletta  e ottima l’esecuzione di brani immortali che non perdono nulla in grinta e trasporto (forse solo ‘Time’ viene cantata da Jaime un po’ sopra le righe), anche se (per ragioni sentimentali, lo ammetto) l’esclusione di ‘The Collector’ (storica B-side del gruppo) grida vendetta. Stupisce, ma forse non più di tanto, viste le traversie che lo accompagnarono, la presenza nella setlist di un brano solo da ‘The Program’, ovvero ‘Sparkle’: troppi brutti ricordi per il gruppo o una qualità ritenuta non all’altezza, sta di fatto che il secondo album viene, di fatto, quasi totalmente eliminato. Se tutto fila via bene, registro comunque un paio di vette positive con la doppietta finale ad alto tasso chitarristico composta da ‘The Late Gate Show’ e ‘Sleep’, e l’esecuzione quasi furiosa di ‘The Only Way’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: medio alta che richiede un volume alla stessa altezza!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Is there time to change your mind?” da ‘Time’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Jaime, nell’intervista rilasciata a 'Indie-Rock.it', nel novembre del 2011: “Se i Marion sono ancora insieme è solo per la musica, te lo posso garantire!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.marionuk.co.uk" target="_new"&gt;Marionuk.co.uk&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1335</guid><pubDate>Sun, 22 Apr 2012 11:23:24 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Magnetic Fields: Love At The Bottom Of The Sea]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1334</link><description>GENERE: synth-pop, songwriting.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Stephin Merritt, insieme agli ormai usuali collaboratori: Claudia Gonson, Sam Davol, John Woo, Shirley Simms, Johny Blood e Daniel Handler.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: decimo album per quello che, tra i vari progetti di Merritt, ha ottenuto più successo, considerazione e riconoscimenti. Il disco segna il ritorno alla Merge, dopo la trilogia ('I', 'Distortion' e 'Realism'), definita dallo stesso autore come “synth free” uscita per la Nonesuch. Nelle dichiarazioni della vigilia, quest'album vedrebbe un ritorno all'abituale tocco musicale dei Magnetic Fields, basato su una mescolanza di suoni acustici e di sintetizzatori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: in realtà, invece, i suoni acustici ci sono anche, ma ricoprono un ruolo molto marginale rispetto ai synth. Per ritrovare un suono dei Magnetic Fields così orientato verso i sintetizzatori, occorre risalire al periodo che precede l'arcinoto '69 Love Songs'. Non si tratta, però, di un ritorno al passato per la band, ma l'impronta degli arrangiamenti è diversa. Lì, infatti, il suono era più essenziale: nel momento in cui si doveva compiere la scelta di come accompagnare le melodie vocali, si optava sempre o quasi per una linea strumentale e un tempo di drum machine, null'altro, e in ogni brano c'era un accompagnamento per la strofa e un altro per il ritornello. Qui, invece, ci sono vere e proprie stratificazioni che, per di più, non si mantengono mai statiche ma vedono un continuo saliscendi nella costruzione e nella corposità; inoltre, non mancano cambi veri e propri di impostazione all'interno della stessa canzone. Tutto questo dinamismo, comunque, non dà mai all'ascoltatore la sensazione di trovarsi nella girandola di idee che in realtà il disco è, ma tutto è assemblato con una naturalezza tale da prevalere sull'abbondanza di soluzioni. Dal punto di vista della composizione, a Merritt è sempre bastata la presenza di una strofa e di un ritornello per esprimere compiutamente la sua natura pop e qui le cose non cambiano; c'è, invece, una maggior concisione complessiva dal punto di vista della durata dei brani, che non arrivano mai ai tre minuti di durata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: il punto di forza di questo lavoro è proprio la capacità di dare grandissima facilità d'ascolto a una costruzione estremamente studiata e dettagliata. Come i migliori barman sono in grado di preparare cocktail nei quali gli alcolici non mancano ma il sapore dell'alcohol non è quello dominante, così Merritt fa credere all'ascoltatore che questo disco sia scorrevole come bere un bicchier d'acqua quando in realtà le dosi dei vari elementi utilizzati e il loro assemblaggio sono ben lontani da un qualsiasi concetto di standardizzazione e linearità. Poi, certo, l'ispirazione melodica fa la sua parte, ma di quella, ormai, non dobbiamo più stupirci; ciò che colpisce è come questo autore, dopo vent'anni di attività e tantissimi dischi pubblicati sotto diverse reincarnazioni, sia ancora in grado di rielaborare cose già fatte in qualcosa che non ricorda lo stile di nessun altro, nemmeno il suo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: variabile, ma sono più le canzoni briose rispetto a quelle compassate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “The only girl I ever loved was Andrew in drag” da 'Andrew In Drag'. Il garbo e l'ironia con cui Merritt lascia trasparire il proprio orientamento sessuale sono unici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: da un'intervista a 'deathandtaxesmag.com': “ Tutte le batterie nell'album sono sintetiche e la maggior parte delle canzoni contiene elementi di caos che destabilizzano la forma”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.houseoftomorrow.com" target="_new"&gt;Houseoftomorrow.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1334</guid><pubDate>Fri, 20 Apr 2012 10:24:49 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Alabama Shakes: Boys And Girls]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1330</link><description>GENERE: southern rock, soul, americana, blues-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Brittany Howard (voce, chitarra), Heath Fogg (chitarra), Zack Cockrell (basso), Steve Johnson (batteria) e solo nei live-show Ben Tanner (tastiere).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: debutto sulla lunga distanza per la band di Athens, che si è formata proprio nella città dell’Alabama quando la frontwoman Brittany Howard e il bassista Zack Cockrell si incontravano ai tempi dell’high school per scrivere canzoni dopo la scuola. L’omonimo EP di debutto, uscito lo scorso settembre, ha dato loro visibilità sui media nazionali, e a fine anno si sono guadagnati una nomination nella lista '11 Artists To Watch In 2012' di MTV.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: la principale caratteristica di questa band è senza dubbio la voce della ventiduenne frontwoman Brittany Howard, che riesce a coprire qualsiasi gamma di tonalità e tanto ricorda quella di storiche leggende del panorama soul americano, ma la musica degli Alabama Shakes va molto oltre alla semplice imitazione dei vari Aretha Franklin o Otis Redding. Inoltre sono ben evidenti influenze blues, un sound viscerale che esce dall’anima e dal cuore, perfettamente espresso da quell’incredibile arma che sono appunto i vocals della cantante di colore; il tour dello scorso anno insieme ai Drive-By Truckers ha lasciato le sue impronte sulla produzione del gruppo di Athens: anche il southern-rock di Patterson Hood e compagni, infatti, si trova nelle radici profonde degli Alabama Shakes (‘Hang Loose’ e ‘Goin’ To The Party’ possono essere due esempi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: qualcuno si chiederà come mai una band appena entrata nel panorama musicale internazionale, pochi mesi dopo aver pubblicato il primo EP, sia riuscita ad ottenere delle slot così importanti all’interno dell’ultimo e recentissimo SXSW di Austin, Texas, condividendo lo stesso palco con artisti ben più famosi: gli Alabama Shakes, oltre ad essere stati continuamente osannati da tantissime webzine e blog di tutto il mondo per i loro live-show, sono capaci attraverso la loro musica di rievocare tantissime altre band, senza per questo risultare per forza derivativi o far gridare al plagio. I paragoni si sono sprecati da più parti, da Janis Joplin a Billie Holiday, passando per Kings Of Leon, White Stripes, Black Keys  e Amy Winehouse, solo per citarne alcuni, ma la voce straordinaria della Howard è incredibile, stellare, sa emozionare, riesce ad entrare nell’anima e nelle vene di chi ascolta, rimane sulla pelle e questa è sicuramente una conquista fondamentale per la loro musica: in alcuni momenti Brittany sembra voler portarci all’interno di una chiesa per ascoltare il suo gospel, pieno di passione e sentimenti. L’iniziale, nonché primo singolo, ‘Hold On’ è catchy, potente, vincente, fresco, un perfetto ritratto della loro terra; in ‘Hang Loose’ il gruppo di Athens si sposta verso il country, mentre ‘Rise To The Sun’ si muove in territori southern-rock e contiene un’intensità che ricorda i primi lavori dei Followill; ‘You Ain’t Alone’ è un blues trasportato nei giorni moderni ed è difficile trattenere le lacrime di fronte a tanta bellezza, ‘Heartbreak’ è un altro pezzo soul, ricco di emozioni, che sa riportare alla mente nomi immensi della tradizione americana. Gli Alabama Shakes sembrano una band di un’altra era, forse a causa della bellezza senza tempo di generi come blues e soul, i loro undici pezzi sembrano voler abbracciare chi ascolta per trasmettere emozioni: senza dubbio sono destinati in breve tempo ad un roseo futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITA’: un’anima che pulsa ad una velocità piuttosto moderata.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "On your way to the promised land, did you say / “Oh, She was such a friend?” / Then they took you higher and / I don’t know if I can follow…", dalla conclusiva ‘On Your Way’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il batterista Steve Johnson a ‘Exclaim.ca’ riguardo alle loro influenze gospel: "Non parlo per gli altri, ma io sono cresciuto in chiesa. Credo che il paragone più forte tra la nostra musica e il gospel sia l’emozione che si può provare ascoltandoli."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.alabamashakes.com/" target"=_new"&gt;Alabamashakes.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=g1LrkrH5PA4:RTClxpAvGVE:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1330</guid><pubDate>Sun, 8 Apr 2012 20:30:16 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[James Iha: Look To The Sky]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1329</link><description>GENERE: pop/folk-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: ai posti di comando troviamo ovviamente James Iha, ben spalleggiato da Nathan Larson, marito di Nina Persson e titolare insieme alla moglie degli A Camp. I due suonano un po' di tutto e producono il disco. Ovviamente gli ospiti non mancano e sarebbe lungo e noioso citarli tutti, ma forse non sbagliamo a segnalare il nome più altisonante, che è quello di Tom Verlaine, che presta la sua chitarra in due brani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: 14 anni, ci sono voluti ben 14 anni prima di ritornare a parlare di un disco solista di James Iha, ma finalmente missione compiuta!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ‘Let It Come Down’ (1998) era stato un disco sorprendente. L'abilità con cui James si era smarcato dai suoni dei Pumpkins per addentrarsi in un mondo fatto di gentilezze e romanticismo assortiti mi aveva stupito ed emozionato. Chitarre gentili, arpeggi, folk, melodie struggenti e semplicità pop: ecco gli ingredienti di un disco bellissimo che finalmente trova un suo degno seguito. Pubblicato per il momento solo in Giappone, l'album presenta nella seconda di copertina una foto del chitarrista che è in tutto e per tutto la versione attuale della cover del primo disco: il nostro ancora senza look assurdi o trucchi (e all'epoca trovarlo così al naturale faceva uno strano effetto, visto che eravamo abituati a vederlo piuttosto "stravagante" negli Smashing Pumpkins) che si fa fotografare alla luce del sole. Ecco il primo segnale della continuità con il lavoro precedente. Non immaginatevi quindi cambiamenti radicali e il primo pezzo del disco, 'Make Believe', con la sua educazione acustica (e il contro canto angelico di Nina Persson) è proprio lì a rassicurarci. Ma qualcosa di nuovo c'è, questo sì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: l’analisi delle principali novità rispetto all’esordio comincia dall'uso di elettronica e tastiere, mai invasive o eccessive, ma in grado di impreziosire i pezzi, con arrangiamenti e suoni lievi e curati che si integrano alla perfezione con il guitar-pop di James o addirittura capaci di sostenere intere canzoni, penso alle oniriche e vaporose 'Dark Star' o 'Waves'. Fanno capolino anche suoni di chitarra più decisi e corposi, che rinforzano il singolo 'To Who Knows Where', dal sapore vagamente Cure, o la parte centrale della iper-melodica 'Gemini' (probabilmente il ritornello più bello dell'intero disco). Ma non stupitevi di trovare pure qualche (semplice) assolo. Il punto di rottura del disco è decisamente 'Appetite', che parrebbe appartenere al repertorio di Tom Waits piuttosto che di James Iha, con quel suo incedere greve e cadenzato con un piano che ogni tanto pare andare per conto suo, così come la chitarra di Tom Verlaine. Per il resto, il cielo che l'ex Smashing Pumpkins ci invita a guardare fin dal titolo è fatto di nuvole giocose che si rincorrono dolcemente nel sole o di un azzurro limpido e sereno, non c'è assolutamente pioggia all'orizzonte, anzi, l'invito è quello di lasciarsi cullare dalla chitarra acustica e da preziosi arrangiamenti d'archi e sognare sotto il cielo stellato di 'Dream Tonight'. Palavo prima di guitar-pop, e James Iha ci porta letteralmente a scuola di questa preziosissima materia con un trittico decisamente avvincente: malinconico e avvolgente in 'Summer Days', solare e semplice in 'Till Next Tuesday' (che già apparteneva al repertorio di Vanessa and The O's, che vedeva lo stesso James in formazione, ma qui decisamente più sbarazzina), trascinate e contagioso in 'Speed Of Love'. Avrete capito che si parla di una di quelle rare lezioni che si vorrebbe non terminassero mai! Le tracce finali del disco (comprese le due bonus-track, di cui cito la delicata 'Diamond Eyes' per qualità melodiche) rimandano direttamente ai suoni e ai profumi dell'esordio, che proprio un paio di mesi fa è stato ristampato e rimasterizzato con l'aggiunta di 4 bonus-track. Facciamo i provocatori? Beh, e se alla fine venisse fuori che il più talentuoso nei Pumpkins era proprio James Iha?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: rassicurante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “But I’m traveling at the speed of love / Sooner or later i’ll be crashing / But I don’t know what I’m thinking of / All The lights around me are flashing”, da ‘Speed Of Love’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: James Iha in una vecchia intervista (30/6/2011) a 'Ifpress.com' parlava di come sarebbe stato il futuro album: “Lo sto per concludere. Sono sicuro che sarà terminato entro l’anno, dopo il tour con gli A Perfect Circle. Sembrava essere più elettrico, più suonato da un gruppo e più new wave, ma dopo averci lavorato su è diventato più morbido, più acustico. Non è facile da spiegare. Ho molti pezzi e sto cercando di capire quale potrà essere la migliore registrazione per tutte queste canzoni.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://jamesiha.com/" target="_new"&gt;Jamesiha.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1329</guid><pubDate>Sat, 7 Apr 2012 13:53:55 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Poor Moon: Illusion EP]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1327</link><description>GENERE: folk-rock at large.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Christian Wargo e Casey Wescott, già membri di Fleet Foxes e Crystal Skulls, insieme ai fratelli Ian e Peter Murray dei Christmas Card.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: se è vero che sentendo dire “Fleet Foxes” la reazione spontanea di ognuno è pensare a Robin Pecknold, è altrettanto vero che la ‘backing band’ del ragazzo prodigio di Seattle è composta da musicisti di tutto rispetto, che a poco a poco cominciano a diversificare la propria attività da Volpe con una carriera solista. Così hanno fatto anche Christian Wargo e Casey Wescott, dando vita, durante gli infiniti viaggi dei tour con i Fleet Foxes, a questo progetto. Come loro stessi raccontano, “Illusion è stato registrato in una quantità di camere da letto, di sale prova, a casa Murray e negli studi di Washington e Seattle”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: Volpi leste, Uccelli, Calore in Scatola. Il tutto non nel pentolone fumoso di una strega, ma su un giradischi attaccato a un ampli valvolare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: paradossalmente, partire con dei pregiudizi è la cosa migliore per riuscire ad apprezzare i cinque pezzi di questo EP: sembrerebbe quasi, infatti, che la sequenza dei brani sia stata scelta con la consapevolezza di un inevitabile paragone con 'gli altri'. L’apertura, affidata alla title-track, retta da un arpeggio squisitamente fleetfoxesiano, farebbe, di fatto, immediatamente gridare al derivativo, all’emulazione, alla ‘versione sottotono di’. Ma è una sensazione indotta, che dura solo il tempo di trovare una comfort zone, una conferma delle proprie aspettative, per essere subito smentita. La forza dei brani si svela, sempre crescente, passando per la psichedelia anni sessanta di 'Anyplace', fino a toccare il proprio apice con 'People On Her Mind', in cui chitarre alla Allman Brothers e ritornello catchy superano l’apparente ossimoro della descrizione arrivando a una canzone totalmente riuscita, e difficile da togliersi dalla testa. In un perfetto andamento parabolico, 'Once Before', e il suo ricordo della versione Creedence Clearwater Revival della motowniana 'Heard It Through the Grapevine' smorza i toni e prepara il finale. Mantenendo la simmetria, è un altro brano decisamente pecknoldiano a chiudere l’EP, 'Widow', l’unico in cui fa bello sfoggio di sé un cantato a più voci, su una melodia più tradizionalmente folk.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: un viaggio estivo su un pullmino Volkswagen nel deserto della California.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "And while I'm still alive/ It's worth another try to keep myself from wasting time", dalla title-track 'Illusion'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Christian Wargo a 'Musicwithoutlabels.com': “[Poor Moon] lo descriverei come un progetto più personale. Le canzoni sono state scritte nel corso di alcuni anni, una novità per me. Per questi ci sono canzoni di ogni tipo. È una delle cose che mi piace di più. Essendo fan di diversi tipi di musica, mi piace poter provare cose differenti e penso che ciò si rifletta tanto nella band.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://poormoonpalace.tumblr.com/" target="_new"&gt;Poormoonpalace.tumblr.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=XXxjqOa2vss:3qFv9UB2ln4:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1327</guid><pubDate>Thu, 5 Apr 2012 00:34:06 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Blood Red Shoes: In Time To Voices]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1325</link><description>GENERE: punk-pop, noise-rock, indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Laura-Mary Carter (voce, chitarra) e Steven Ansell (voce e batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: terza fatica per il duo di Brighton a distanza di un paio di anni dal precedente ‘Fire Like This’. Registrato e mixato al Motor Museum Studio di Liverpool, ‘In Time To Voices’ vede anche questa volta Mike Crossey (Arctic Monkeys, Foals), che già aveva prodotto i due album precedenti, in cabina di regia, insieme alla band stessa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: sono ancora presenti le influenze di band come Nirvana o Pixies, ma l’intento della band inglese è piuttosto evidente: una chiara voglia di progredire e di migliorarsi che avevamo già riscontrato in parte anche nel precedente ‘Fire Like This’ (2010). Il primo obbiettivo che Laura-Mary e Steven si sono prefissati è quello di cercare di cancellare gli errori del passato, senza però perdere la grinta e l’energia che li aveva contraddistinti; se Ansell continua a picchiare la sua batteria con una rabbia e una determinazione incredibile, la Carter con la sua chitarra riesce a creare riff molto pesanti e diretti. Il lavoro leggero e pulito dietro alla consolle di Crossey dona all’album un effetto più dinamico, senza appesantirlo con inutili fronzoli e ci lascia vedere ancora le origini garage della band. Per la prima volta appaiono brevemente anche i synth nella musica dei Blood Red Shoes: il primo paragone che salta in mente è con i Garbage di Shirley Manson; inoltre, un po’ a sorpresa ad avviso di chi scrive, anche la chitarra acustica entra a far parte della musica del duo inglese (‘Night Light’, ad esempio, è un pezzo lento molto bello, anche se profuma di malinconia).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: oltre al già citato momento lento (‘Night Light’), in questa terza fatica si possono trovare alcuni elementi blues (nella sorprendente e a tratti romantica ‘Slip Into Blue’); un’altra novità evidente sin dal primo ascolto nella band di Brighton è la comparsa di un’anima punk quasi distruttiva: ‘Je Me Perds’ è un pezzo di nemmeno un paio di minuti, cattivo, arrabbiato, aggressivo, rumoroso, caratterizzato dalle chitarre distorte e dai vocals incazzati che racconta di quando Steven è stato derubato da alcune prostitute a Praga: non è certamente il momento migliore dell’album, ma mette in luce la buona personalità ed il forte coraggio del duo inglese. L’atmosfera che si crea ‘Silence And The Drones’ risulta assai interessante: il pezzo parte con un ritmo molto tranquillo e pacifico, per poi passare ad inaspettate tonalità minacciose con potenti riff di chitarra e chiudersi in un’ambientazione quasi epica. ‘In Time To Voices’ ha un sound che risulta più pulito rispetto ai precedenti due lavori, dove le voci di Laura-Mary (decisamente più armonica e morbida rispetto al passato) e Steven si completano perfettamente l’una con l’altra, sia nei momenti più cupi che in quelli dove i Blood Red Shoes vogliono regalare un po’ di calore a chi ascolta. Sia la Carter che Ansell avevano dichiarato questa opera terza come la loro più ambiziosa: qui i Blood Red Shoes hanno saputo evolvere il loro sound, senza per questo dimenticare le loro origini e il risultato è un buon album, capace di colpire l’ascoltatore, che potrebbe portarli presto ad una fama più vasta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: quasi sempre elevata, rari i momenti di tranquillità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Keep me from you, I don’t want to be around anyone / You are free to let go, follow slowly / cold, cold, heart", dal singolo ‘Cold’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Steven Ansell a ‘Whitetapes.com’ riguardo al nuovo album: "Credo che questo sia un album da ascoltare nella sua interezza, molto più che ‘Fire Like This’, ci vuole un po’ di tempo per capire questo lavoro e ci sono alcuni dettagli che si riescono a scoprire solo dopo averlo ascoltato almeno dieci volte, è una ricompensa per le persone che faranno lo sforzo."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://www.bloodredshoes.co.uk/" target="_new"&gt;Bloodredshoes.co.uk&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=B620KV7uPw4:eS8TqSPtNxY:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1325</guid><pubDate>Sun, 1 Apr 2012 22:44:52 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Fanfarlo: Rooms Filled With Light]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1324</link><description>GENERE: pop barocco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Simon Balthazar (voce, chitarra, tastiere, mandolino, sassofono, clarinetto), Amos Memon (batteria, percussioni, cori), Cathy Lucas (violino, mandolino, glockenspiel, tastiere, cori), Justin Finch (basso, cori), Leon Beckenham (tromba, tastiere, glockenspiel, melodica, cori).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: secondo album per il collettivo anglo-svedese, seguito dell'acclamato 'Reservoir' del 2009. A produrre c'è Ben Allen, recentemente al lavoro con gente del calibro di Animal Collective e Deerhuner.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: se lo stile di scrittura dei Fanfarlo non subisce grandi mutazioni, certamente c'è un'ambizione maggiore dal punto di vista delle trovate prettamente musicali: strumentazione più ricca, aumento della presenza delle tastiere in genere. Questo affranca la band dall'etichetta 'folk' che le era stata attribuita, forse troppo frettolosamente, per portarla in una terra di mezzo ai confini tra dream-pop, lo stesso folk e una sorta di barocchismo alla Bowie (via Arcade Fire).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: le nuove canoni di Balthazar e soci, sebbene mai al di sotto della soglia minima di piacevolezza, non sembrano 'sfondare' come quelle dell'esordio: nonostante gli sforzi per donare una nuova veste alla propria musica, quello che viene a mancare in tale raffronto è proprio la qualità dei pezzi. Le scelte stilistiche, poi, paiono piuttosto discutibili: alcuni momenti sono troppo svuotati di strumentazione ('Replicate', 'Bones'), altri fin troppo addensati di suoni ('Feathers', 'Dig'). Le cose che si ricordano meglio sono dunque quelle che ribadiscono un'indubbia capacità melodica del gruppo londinese, come 'Deconstruction', 'Shiny Things' e 'Tightrope' (probabilmente la migliore) in aggiunta alla dolce ballata 'Flood', mentre le ambiziose 'Replicate', 'Tanguska', 'Feathers' e 'Bones' (la peggiore, con la sua drum-machine scolastica) non decollano mai veramente, arrivando a risultare ridondanti. In sostanza, il salto di qualità dichiaratamente tentato non riesce, lasciando una band che nel puntare troppo in alto potrebbe aver smarrito la propria peculiarità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: variabile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "It is the same / And the river is the siren / And the rock before the time you washed up feeling nothing at all", da 'Feathers'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: "Questo disco è un sottomarino nucleare che cadrà dallo spazio. Non vediamo l'ora che avvenga l'impatto."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.fanfarlo.com/" target="_new"&gt;Fanfarlo.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=tnRCXqsPUFY:82VBgzTix_I:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1324</guid><pubDate>Sun, 1 Apr 2012 00:49:47 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[Miike Snow: Happy To You]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1322</link><description>GENERE: electro-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: trio svedese composto da Christian Karlsson e Pontus Winnberg (già all'attivo come producers col nome di Bloodshy &amp; Avant) e Andrew Wyatt, che canta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: nella terra di mezzo tra Postal Service, M83 e le derive più elettroniche dell'onnipresente James Mercer con i suoi laterali Broken Bells, non c'è il vuoto cosmico o il baratro dello sconcerto. Bensì scopriamo grazie a questo 'Happy To You' che in quella terra di mezzo un'altra vita è possibile, là dove persino gli svedesi riescono a far ridere e ballare. Eh sì, va bene che nel post-ABBA tutto è lecito, ma dopo Peter, Bjorn &amp; John che si mettono a fischiettare, Lykke Li (presente in un featuring su 'Black Tin Box') che ammicca concupiscente Stellan Skarsgård, questo è troppo. In senso buono, chiaramente: il DNA pop dei due terzi Bloodshy &amp; Avant (udite, udite, dietro la produzione di 'Toxic' di Britney Spears) sciacquano in Arno (o nel Klarälven?) le seduzioni pop, inseriscono un paio d'innesti paraculi di xylofono, marimba e sintetizzatori, infilano due o tre linee melodiche di dream-pop appena sotto la soglia di tollerabilità da classifica ed il gioco è fatto. Un disco che conquista sfacciatamente e fa esclamare: “Anvedi 'sti svedesi!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: con tutti i nomi che si sono fatti, difficile non immaginare come questo disco possa suonare. Effettivamente è quasi prevedibile. Le basi sono appena elettrificate, non si tentano le sperimentazioni disorientanti e claustrofobiche (e anche di tanto in tanto pallosette) di Anthony Gonzalez. Tutto è pronto per essere scosso ancora quel cicinin che manca ed essere sparato sul dance-floor: non è un caso che, nella Jackalope Edition dell'album (una sorta di 'extended version') 'Paddling Out' compaia in ben tre remixes d'autore (con comparsata a firma Jacques Lu Cont, a proposito di -finti- francesi accaniti con i synth!). Insomma il suono è paraculo ma in maniera così intelligente che non ci si sente minimamente in colpa ad aver voglia di ballare, eventualmente a bordo piscina, ed eventualmente sorridenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: se ogni tanto parte l'embolo danzereccio, resta la sopresa e la credibilità verso gli episodi di natura completamente diversa: quelli più sussurrati e cantabilissimi come 'God Help This Divorce', la coralità quasi RnB e appena accelerata di 'Vase' che sembra sia lì lì per esplodere da un momento all'altro, o il rullante di 'The Wave' che spiana la strada verso un ritornello che immaginiamo si presterà facilmente a remix più acidi e più veloci per serata altrettanto acide. E che dire di 'Archipelago', che è una pastiche di pop dolce dolce.   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 10 tracce in circa 40 minuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “The sun sets for so long on these streets / So many beautiful faces that don't need me”, da 'God Help This Divorce'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: “(La band) è più questione di avventura e di sperimentazione piuttosto che un culto delle nostre personalità” (Andrew Wyatt ad Interview Magazine).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.miikesnow.com/" target="_new"&gt;Miikesnow.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=tKuM2UpGnyU:C99usha_ilM:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1322</guid><pubDate>Wed, 28 Mar 2012 01:16:04 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[La Sera: Sees The Light]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1320</link><description>GENERE: indie-pop, surf-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Katy Goodman (voce, basso), Jenn Price (chitarra), Jonathan Weinberg (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: la bellissima bassista delle Vivian Girls ritorna con un nuovo lavoro del suo progetto solista, a distanza di poco più di un anno dall’omonimo debutto. Nel frattempo anche la sua band principale ha pubblicato il suo terzo album, ‘Share The Joy’, seguito dal relativo tour: un’ulteriore dimostrazione della prolificità della Goodman, che è riuscita, nel poco tempo libero rimastole, a scrivere il suo sophomore. Prodotto da Rob Barbato (Darker My Love, The Fall), ‘Sees The Light’ è stato registrato nella sempre solare California.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: indie-pop, atmosfere sognanti, melodie leggere e piacevoli, qualche accenno al surf-pop anni '60, ma non c’è solo questo nel secondo lavoro di Katy Goodman: l’ingrediente principale è senza dubbio la sua meravigliosa voce, delicata, dolce, riposante, a tratti romantica ed emozionante e capace di far innamorare l’ascoltatore sin dal primo ascolto; il sound è decisamente più curato e raffinato, più diretto e in alcuni brani anche più aggressivo rispetto al suo omonimo debutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: in ‘Sees The Light’ La Sera nasconde la sua malinconia e la sua tristezza dietro alla zuccherosa brillantezza della sua musica: dietro alle leggere, solari e dolci armonie dei suoi pezzi, Katy propone testi che parlano di solitudine e di una relazione sentimentale finita male (‘Break My Heart’, ‘It’s Over Now’ e ‘I’m Alone’ sono solo alcuni esempi di titoli non proprio gioiosi). ‘Please Be My Third Eye’, il singolo uscito ad anticipare questo secondo album, è decisamente il brano più energico e veloce dell’album, più vicino al sound delle Vivian Girls che a quello del suo esordio e mostra una parte del carattere più grintosa della Goodman, che non avevamo mai conosciuto in questo suo progetto solista, e anche ‘Break My Heart’ segue una linea piuttosto simile; invece canzoni come ‘I’m Alone’ e l’iniziale ‘Love That’s Gone’ sono decisamente più rilassate ed emozionanti e, seppure tristi, non contengono alcuna traccia di autocommiserazione. ‘Sees The Light’ è un album scritto con il cuore, non è la riproposizione del suo debutto, ma un lavoro con un sound è più pieno, ricco di riverbero e dai ritmi piuttosto tranquilli; il paragone, fatto da una parte della stampa musicale, con l’ex compagna di band Frankie Rose può essere sensato, ma Katy, al contrario della batterista di Crystal Stilts e Dum Dum Girls, ha preferito proporre qualcosa di meno impegnativo e più leggero, ma non per questo meno bello o gradevole all’ascolto: un buon soundtrack per una giornata di tiepido sole primaverile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: spesso lento, delicato, sognante e tranquillo, ‘Sees The Light’ contiene anche qualche brano più aggressivo dalla velocità sostenuta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Will you please be my third eye tonight? / Please be my third eye / I want to see the light / Please don’t leave me blind / I want to share your mind tonight", dal singolo ‘Please Be My Third Eye’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Katy a ‘Lastyearsgirl.pixlet.net’ sulla differenza di ruolo tra La Sera e le Vivian Girls: "C’è una differenza enorme ad essere una frontwoman, invece che una semplice bassista. Le canzoni sono molto più personali e c’è molta più pressione su di me. All’inizio avevo molta paura, ma ora so come gestire la pressione e sono felice."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href= http://www.myspace.com/iamkatygoodman” target=_new&gt;Mypace.com/iamkatygoodman&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=9jBj9VG9mBo:IHirLklQPuc:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1320</guid><pubDate>Sun, 25 Mar 2012 17:23:11 CEST</pubDate></item><item><title><![CDATA[School Of Seven Bells: Ghostory]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1318</link><description>GENERE: dream-pop elettronico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Benjamin Curtis (chitarrista, polistrumentista e produttore), Alejandra Deheza (voce).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: 'Ghostory' - quanto piace agli americani creare inutili portmanteau - è il terzo album della band, il primo dopo la dipartita per motivi personali di Claudia Deheza, sorella gemella di Alejandra. Il duo continua il parallelismo artistico tra sonorità dreamy elettroniche e immaginario mistico iniziato con il precedente 'Disconnect From Desire' (2010), sulla cui copertina compariva un sigillo magico e nella cui deluxe edition erano incluse delle carte per leggere i tarocchi. Le nove tracce dell'album raccontano la storia di Lafaye, una ragazza la cui vita è circondata da presenze sovrannaturali, evitando di incagliarsi nei posticci cliché darkettoni o nel liquame no-wave/nu-goth tornato di moda negli ultimi anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: visto il concept scelto dalla band era comunque lecito aspettarsi una virata sonora verso lidi più cupi e sulfurei rispetto agli standard ariosi richiesti dal genere dream-pop e rispettati in 'Disconnect'. Benjamin Curtis abbassa le melodie di un'ottava e sposta basso e sintetizzatori celestiali in primo piano a discapito delle distorsioni chitarristiche, supportando il tutto con una ritmica marziale ed enfatica devota a rimembranze synth-wave. Sia nei momenti più frenetici che in quelli più riflessivi, gli spettri evocati da Alejandra Deheza sembrano tutt'altro che minacciosi e le 'storie di fantasmi' non provocano turbamento o sensazioni negative. Al contrario, ogni canzone/visione di Lafaye racchiude in sé un barlume di speranza, come fosse un mezzo per esorcizzare la paura e liberare queste anime vaganti dal limbo in cui si trovano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: 'The Night' apre il disco con concitata energia indie-synthpop, la voce di Alejandra Deheza vibra elegante tra tastiere sognanti e cori angelici, come un caldo alito di incorporea sensualità che segue la corsa della protagonista del disco attraverso i tetri corridoi di una casa infestata. Dopo il wall of sound della ridondante ed estatica 'Love Play', si torna a ritmi incalzanti al limite dell'elettronica da dancefloor gotico con 'Lafaye' e con la splendida cavalcata electrodark 'Low Times', moderna danza macabra plasmata attorno a un arpeggio dei Cure, irrobustita nella parte centrale da nevrotiche pulsioni EBM e, come una valanga sintetica, chiusa da un epilogo disco-Soulwaxiano. Si tira il fiato con le successive 'Reappearer' e 'Show Me Love', intimiste e cinematograficamente gotiche (la diafana e vampiresca Annie Lennox nei titoli di coda del 'Dracula' di Coppola trama nell'ombra), mentre lo spettro di Robert Smith ricompare tra le armonie sincopate di 'Scavenger', un brano che i Garbage avrebbero potuto scrivere nel 1987 in piena epopea gothic-rock. Se 'Ghostory' si concludesse a questo punto, il giudizio sarebbe inequivocabilmente positivo. Purtroppo le ultime due canzoni stonano con le atmosfere sognanti e vellutate apprezzate fino ad ora: 'White Wind' e soprattutto 'When You Sing' sembrano degli outtakes recuperati dal precedente album (o da uno dei primi Lush). Chitarre lisergiche e batteria rubata a 'Soon' dei My Bloody Valentine sono decisamente fuori contesto (e in un certo senso imbarazzanti, visto il potenziale espresso nelle restanti composizioni) e lasciano una sensazione di incompiutezza a un album prezioso e fragile, scritto, arrangiato e suonato con grazia e personalità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 45 minuti di garbata wave elettronica, ascoltare ovviamente dal tramonto all'alba.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Your birth cecame a place to sing and relive again / And every death a love to choose / A one to lose”, da 'Lafaye'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: dall'intervista a Alejandra Deheza su 'Consequenceofsound.net': “I miei genitori sono molto religiosi, la mia infanzia è stata costellata da una serie infinita di superstizioni e paure. Crescere in un ambiente del genere, con lo spauracchio del diavolo tentatore, mi ha influenzato molto. Da bambina avevo il terrore del buio e me lo sono portato dietro fino alle scuole superiori. Pensavo che ci fosse sempre qualche fantasma o presenza maligna pronta a sedurmi e a corrompere il mio animo, haha!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://sviib.com" target="_new"&gt;Sviib.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1318</guid><pubDate>Wed, 21 Mar 2012 22:53:52 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Perfume Genius: Put Your Back N 2 It]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1314</link><description>GENERE: cantautorato, chamber pop al piano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Mike Hadreas da Seattle, stato di Washington.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: il debutto di Perfume Genius, ‘Learning’, raccontava storie di abusi, menzionava colluttori rubati e cassette dei Joy Division preparate da insegnanti predatori. Il fatto che fosse stato composto su d’un piano malandato corredato da tastiere e droni cheap per gli effetti e registrato attraverso lo stesso headset usato da Hadreas per giocare ad EverQuest, non faceva altro che di queste storie amplificarne i dolori. Pur muovendo non più dall’isolamento nella casa della madre nel pieno dei sobborghi di Seattle ma da studi di registrazione propri, ‘Put Your Back N 2 It’ porta la stessa intensità emotiva del suo predecessore. Perché è comunque ben lungi dall’essere over-prodotto, di Learning è la raffinata prosecuzione. Perché Hadreas appare qui certo più sicuro dei propri mezzi, ma la voce, il suo tratto più caratteristico, è sempre quella: così colma di entrambe sofferenze e speranze da dare regolarmente l’impressione d’essere sul punto di spezzarsi.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ciò che in ‘Put Your Back N 2 It’ cambia è il focus del songwriting: Hadreas passa qui dalla stringente tematica di quanto le persone hanno lui in particolare ferito a quella del quanto gli individui fra loro si feriscono, parla in termini più generali di dolori e cure, si muove lungo un ben più ampio spettro di tematiche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: primo filo conduttore è la disarmante delicatezza di trattamento loro riservato. Hadreas ha sì affinità con l’immaginario poetico, ma mai romanticizza i traumi su cui incentra le sue canzoni, nè tantomeno ne celebra particolari aspetti. Altrettanto raramente parla di cambiamenti, di come le cose dovrebbero essere, è sempre concentrato sulla realtà dell’ora e subito, su preoccupazioni immediate quale può essere il se riuscirà o meno a prendere per mano il proprio amante su d’una strada affollata (‘All Waters’; Hadreas è apertamente omosessuale ma è chiaro come il desiderio in questione possa essere universale). Centrale è allo stesso modo l’amore, non solo come rimedio ma pure come necessità di percepirlo il più possibile (‘Take Me Home’ ne esplora i tratti dagli occhi di una prostituta), come entità per la quale essere disposti a tutto ed ad ogni patimento (‘AWOL Marine’ è ispirata ad un sextape amatoriale contenente anche la dichiarazione dell’attore di prenderne parte soltanto per procurarsi i soldi per i medicinali della moglie), che comunque è più forte di ogni violenza (‘Dark Parts’ parla di quelle subite dalla nonna ad opera del marito). “No memory / no matter how sad / no violence / no matter how bad / can darken the heart / or tear it apart”, canta Hadreas sul confortevole, minimale arrangiamento chitarra acustica e pianoforte di ‘Normal Song’. Ogni frammento del disco ha i piedi per terra, è crudo e quindi credibile, rende ‘Put Your Back N 2 It’ la perfetta esperienza d’ascolto in solitudine. Musicalmente lo scorrere dei pezzi ha una tale, trasparente soluzione di continuità che si finisce per stupirsi nell’accorgersi lungo l’ascolto integrale sia passato più d’un brano. ‘Put Your Back N 2 It’ mai suona né trito, né lamentoso. E se si può prendere come suo unico difetto la scelta di Hadreas di tenersi ancora basso col minutaggio delle sue canzoni, di sforare i tre giri completi della lancetta dei secondi in sole cinque occasioni, è solo perché è in queste che dà il vero meglio di sé, di base perché se ne vorrebbe di più. ‘Put Your Back N 2 it’ è comunque uno dei dischi più veri e 'di cuore' che la storia recente ricordi. Struggente, heartbreaking, ad alto rischio lacrime sulla via della bramata luce alla fine del tunnel.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 12 tracce in 32 minuti. Le giornate da affrontare restano troppo lunghe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “I will take the dark parts of your heart into my heart”, da ‘Dark Parts’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: dall’intervista a beatsperminute.com: “Ero davvero andato in paranoia mettendo piede in un vero studio di registrazione e alla semplice idea di poter mettere tonnellate di roba nelle mie canzoni. Alla fine mi ha aiutato a ragionare tutto un po’ di più, pur senza ragionar troppo.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: Perfume Genius su &lt;a href="http://www.facebook.com/pages/Perfume-Genius/101401299803" target="_new"&gt;&lt;u&gt;Facebook&lt;/u&gt;&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1314</guid><pubDate>Tue, 13 Mar 2012 00:40:46 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[White Rabbits: Milk Famous]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1313</link><description>GENERE: indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Stephen Patterson (voce, piano), Gregory Roberts (voce, chitarra), Alex Even (chitarra, voce), Matthew Clark (batteria, percussioni), Jamie Levinson (batteria), Rustin Bragaw (basso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: terzo album per la band del Missouri, a distanza di quasi tre anni dal precedente ‘It’s Frightening’: se nel 2009 alla consolle c’era Britt Daniel degli Spoon, ora invece troviamo Mike McCarthy, più volte produttore proprio dello storico gruppo indie-rock di Austin. Nel frattempo i White Rabbits hanno cambiato ancora una volta il bassista, ruolo ora occupato da Rustin Bragaw.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: con ‘It’s Frightening’ i White Rabbits sono stati capaci di apprendere tanto da Britt Daniel e hanno saputo intraprendere una strada importante, ma in ‘Milk Famous’ hanno evitato di calpestare lo stesso terreno fertile dello scorso lavoro: anche se rimangono ancora alcune evidenti somiglianze con il sound degli Spoon, Patterson e compagni hanno imparato la lezione, mantenendo la stessa consistenza e le stesse atmosfere del loro sophomore e creando un suono più vasto, sebbene non tutti i brani presenti qui sotto il profilo dell’immediatezza riescano a raggiungere quelli del predecessore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: una delle armi vincenti dei White Rabbits è sempre stata la presenza di due batterie (Matthew Clark e Jamie Levison) che danno una notevole spinta al ritmo dei pezzi, purtroppo in questa terza fatica non vengono sempre sfruttate al meglio: alcuni brani più energici come ‘Danny Come Inside’ e ‘I’m Not Me’ ben evidenziano le qualità dei due drummers, lasciandoli liberi di agire, mentre altrove spesso il loro suono rischia di perdersi in mezzo agli altri strumenti, senza riuscire ad ottenere lo stesso buon effetto. La band del Missouri riesce a sorprendere subito l’ascoltatore fin dal brano iniziale ‘Heavy Metal’, caratterizzata dal falsetto di Patterson, da un largo uso delle tastiere e un suono sinistro e ci porta in un terreno più elettronico a cui non ci aveva abituato in passato; nel singolo ‘Temporary’ questi elementi elettronici vengono velocizzati ed è un basso insistente e rapido a dare il ritmo, lasciando però  anche alle percussioni la possibilità di mostrare i propri muscoli. In ‘Milk Famous’ il sound è senza dubbio più oscuro e tetro rispetto al passato, anche nei brani più catchy, mentre gli arrangiamenti creati sono più complessi; il mix tra gli elementi elettronici dal ritmo sognante e quelli rock, decisamente più carichi e adrenalinici è ben costruito come si può sentire, ad esempio, in ‘Everyone Can’t Be Confused’ o nella conclusiva ‘I Had It Coming’. Con questo terzo lavoro i White Rabbits hanno realizzato un’altra opera interessante, compiendo un ulteriore passo in avanti, difficile immaginare quale sarà la direzione che vorranno intraprendere per il prossimo album.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: nella media, ma la tendenza è spesso verso il basso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Was a long shot / But nevermind / It was the greatest mistake of all time", dalla conclusiva ‘I Had It Coming’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Stephen Patterson a ‘Playbackstl.com’ riguardo al loro trasloco dal Missouri a Brooklyn: "Da quando ci siamo trasferiti qui, siamo molto più concentrati. Non siamo mai usciti molto, stiamo nel nostro appartamento, facciamo molta più pratica e scriviamo molto di più rispetto a quando eravamo a Columbia, siamo più concentrati."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://whiterabbitsmusic.com/" target="_new"&gt;Whiterabbitsmusic.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1313</guid><pubDate>Sun, 11 Mar 2012 21:36:20 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Sharon Van Etten: Tramp]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1312</link><description>GENERE: cantautorato, indie-folk, folk-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Sharon Van Etten.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: la storia di Sharon è quella della classica studentessa tipo americana: da giovane lascia la piccola municipalità di Nutley nel New Jersey per frequentare, quasi 1500 chilometri più ad ovest, la Middle Tennessee State University. Qui affina ed integra ciò che aveva imparato in tenera età, passando dal clarinetto al piano, senza dimenticare e perfezionare il rapporto con l’amata chitarra. Al termine degli studi ritorna nel New Jersey dove incontra Kyp Malone, voce, basso e chitarra dei TV On The Radio, che incoraggia Sharon a proseguire la strada da cantautrice. Un incontro che darà la svolta alla sua vita e che la instraderà verso il panorama musicale. Nel 2009 pubblica il suo primo album: ‘Because I Was In Love’. Nonostante un buon giudizio da parte della critica, il lavoro passa alquanto in sordina senza lasciare particolari tracce. Un anno dopo pubblica ‘Epic’, anche con esso ricevendo ottimi riscontri dalla cosiddetta stampa di settore e ricevendo attenzioni anche da gruppi quale National e Bon Iver che reinterpretano 'Love More', ultimo brano dell’album. È proprio in questa occasione che a Sharon si avvicina Aaron Dessner, membro fondatore dei National, il quale produrrà il successivo ‘Tramp’, uscito il 7 febbraio di quest’anno per l’ormai celebre etichetta statunitense Jagjaguwar (che annovera sotto di essa artisti quali Bon Iver, The Besnard Lakes, Okkervil River, etc.).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ‘Tramp’ si evolve su atmosfere sempre pacate, con la delicatezza della voce della Van Etten a farla da padrone. Il pregio è senz’altro quello di non voler strafare, con pezzi che poche volte superano i 4 minuti di durata e hanno una forte impronta emotiva. Ritroviamo l’influenza National portata da Dessner in ‘Serpents’, è un intermezzo breve e che non ritroveremo più per il resto dell’album. In ‘Leonard’ ci si accorge dell’influenza di Zach Condon (leader e fondatore del progetto Beirut), anch’esso presente tra i contributori dell’album. ‘We Are Fine’ rappresenta l’assoluta brillantezza e la cristallina purezza del lavoro della Van Etten, uno di quei singoli che difficilmente ci stancheremmo di ascoltare, con la cantautrice accompagnata dalla sua fedele chitarra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: se l’incedere iniziale del disco è più folk/rock, come dimostrano ‘Warsaw’ e la già citata ‘Serpents’, il proseguo dell’album è certamente più improntato su un’anima riflessiva, propria del songwriting della Van Etten. Una scelta che comunque è tutto sommato pregevole ed ha il merito di dare una continuità logica a tutto il lavoro, non farlo scadere in un’accozzaglia di canzoni, ma piuttosto farci arrivare gradualmente al completo compiacimento dei brani proposti. Se fino adesso avevamo nominato ‘We Are Fine’ al computo dei grandi singoli estraibili da ‘Tramp’, non possiamo certamente dimenticare ‘Kevin’s’, brano decisamente piacevole, intenso, emozionante, quello che potremmo definire come il miglior riassunto di ciò che la Van Etten ci propone in questo album. Nel complesso ‘Tramp’ è un album gradevole, riflessivo, per chi ha voglia di diminuire i battiti del cuore, che merita ben più di un ascolto e di una menzione favorevole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: quasi sempre molto bassa, scatto iniziale escluso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Take my hand and help me not to shake/ Say I'm all right, I'm all right", da ‘We Are Fine’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: parlando del primo incontro con Aaron Dessner: “Sono andata da lui con diversi demo e mi ha risposto: 'Non hai bisogno di far demo di alcuna canzone, hai bisogno di registrare un disco'.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://sharonvanetten.com/" target="_new"&gt;‘Sharonvanetten.com’&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=Grq7k29ewrY:-XpEW2FsHKU:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1312</guid><pubDate>Sat, 10 Mar 2012 15:32:51 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Olafur Arnalds: Another Happy Day OST]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1307</link><description>GENERE: colonna sonora, sperimentale neoclassico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Olafur Arnalds.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: 'Another Happy Day' è un film di Sam Levinson che ha vinto la scorsa edizione del Sundance Film Festival, e pare sia un film altamente drammatico, con dinamiche familiari parecchio incasinate (a un certo punto uno dei protagonisti se ne esce con: “This is my family, and this is hell”) che vengono a collidere in occasione di una riunione familiare dove – come spesso accade – la patina di normalità crolla.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: scrivere una colonna sonora vincola un’artista al significato delle immagini, come una sorta di marchio che per sempre collegherà quei brani a quel film? E quindi, un’artista può esprimersi liberamente o in qualche modo il potere del visto, dell’esperienza e dei ricordi visivi è più forte, magari anche solo a livello subliminale, rispetto alla sua forza espressiva? Divagando, potremmo parlare di esempi in cui la colonna sonora è rimasta nella memoria collettiva molto più del film che la sottende (un esempio su tutti, che può piacere o meno, è rappresentato da Freddy Mercury che ha scritto 'Who Wants To Live Forever' dopo aver visto la più bella scena d’amore di 'Highlander'), ma questi casi sono rari e, appunto, memorabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: il lavoro di Olafur è solo apparentemente sottotono rispetto ai suoi lavori precedenti. O, meglio, alcuni brani possono essere classificati come 'produzione minore' (del resto l’intero album è stato scritto in due settimane), altri sono una concreta conferma delle tematiche caratterizzanti il suo lavoro, e l’ultimo brano, 'Everything Must Change', è un reale colpo di genio. 'The Land of Nod', che apre l’album, riconferma la non comune dote compositiva di questo ragazzo islandese, che vira ancora di più verso il minimalismo, come se sottrarre per arrivare all’essenza della composizione stessa fosse il fine ultimo di Olafur, ed è inaspettata la chiusa elettronica finale, come una cesellatura volta a scarnificare e a ferire. 'Through The Screen', come del resto 'The Wait', sono elegiache nel loro essere volte verso il compatimento di un’infelicità che non lascia scampo, ma che al tempo stesso è dolce e consolatoria, come una nostalgia. E qui si manifesta il limite di questo lavoro: questi brani sono inconfondibilmente e incontestabilmente cinematografici, è l’attesa della catastrofe, sono i campi lunghi sui personaggi che attendono il compiersi del fato. 'Before The Calm' e soprattutto 'Lynn’s Theme' sono invece i brani più 'olafurnordiani' dell’intero album, e sono forse tra i più riusciti, con la potenza lirica del pianoforte e del violino che giocano a rincorrersi, a cercarsi e a chiamarsi. E quindi ecco che arriva la dolcezza di Arnalds, il suo tocco di genio, la sacralità scarna e raffinatissima delle sue composizioni meglio riuscite: 'A Family Stroll' è dolorosa e intima, aerea e invernale, mentre 'Poland' è già primavera, leggerezza e speranza, come un nuovo panorama da guardare,  stupendosi di come tutto sia definito e cristallino. 'Out To Sea', con il suo coinvolgente crescendo, è pathos allo stato puro, è il fiato che viene meno, il coro greco che riassume la tragedia e la liricizza aspettando l’atto finale, che si materializza in 'Autumn Day'. Splendida e sconvolgente è la chiusura con 'Everything Must Change', dove Olafur sperimenta una sovrapposizione quasi barocca  tant’è la complessità della composizione e  dove per la prima volta si azzarda un quasi cantato, e l’unico aggettivo che mi viene in mente è sorprendente, come se con questa chiusura si mettesse tutto in discussione, confermando che questo ragazzo di nemmeno 26 anni è una degli artisti più potenti e creative nel panorama musicale alternativo. È curioso constatare come più o meno nello stesso periodo anche Jonsi si sia cimentato nella composizione della colonna sonora  di 'We Bought a Zoo', e quindi si potrebbe ipotizzare un’onda lunga islandese nella sperimentazione di un genere musicale dove la libertà creativa è in un qualche modo incalata da esigenze concrete. Certo, Jonsi è più adulto e completo, ma Olafur Arnalds è una conferma che si spera possa sorprenderci ancora, e ancora, e ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: "Il mio approccio alla scrittura di una colonna sonora? È come scrivere una canzone normale, ma pensando al mood del film. Dopo aver registrato i demo continuo con quelli che vanno bene con il ritmo, le emozioni e il tema del film. Quindi inizio a scrivere con il film davanti a me."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://olafurarnalds.com/" target="_new"&gt;Olafurarnalds.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1307</guid><pubDate>Sun, 4 Mar 2012 00:54:33 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Band Of Skulls: Sweet Sour]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1304</link><description>GENERE: alt-rock, garage-rock, indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Matthew Hayward (batteria), Russell Marsden (chitarra, voce), Emma Richardson (basso, voce).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI:  secondo album per la band di Southampton, a quasi tre anni di distanza dal debutto ‘Baby Darling Doll Face Honey’. Registrato ai Rockfield Studios in Galles, ‘Sweet Sour’ è stato prodotto, come il precedente, da Ian Davenport (Supergrass, Badly Drawn Boy).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ciò che caratterizza maggiormente ‘Sweet Sour’ sono le aggressive melodie presenti in tutto l’album, in cui le voci di Russell ed Emma armonizzano perfettamente, grazie anche al buon lavoro fatto in fase di produzione da Ian Davenport. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITA’ DI QUALITA’: voci vellutate, sporche linee di basso, belle ballate (perfetto specchio della loro anima blues) che si vanno spesso a sovrapporre a ritmi incredibilmente veloci, feroci e brutali, si passa in brevi attimi da un’atmosfera dolce a una notevole tensione ed aggressività, dalla pace totale a momenti di volume quasi esagerato: il recente singolo ‘Bruises’, assai catchy, rispecchia perfettamente tutti questi aspetti, se si vuole fare un esempio; il successivo e piacevole ‘Lay My Head Down’ sembra essere un brano gentile e romantico, prima di esplodere, intorno al quarto minuto, in un rumore devastante per circa 30 secondi e chiudere nuovamente sotto il segno della dolcezza. ‘You’re Not Pretty But You Got It Going On’, invece, è uno dei pezzi più rock, più carichi ed energici di tutto l’album, con potenti riff di chitarra ed una batteria che emette suoni piuttosto duri, creando un ritmo incessante ed insistente. Con questa seconda fatica i Band Of Skulls hanno saputo realizzare un album capace di dare loro una maggiore visibilità: senza creare nulla di nuovo sotto il punto di vista musicale, ‘Sweet Sour’ è comunque un lavoro più che sufficiente e ben prodotto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITA’: si passa più volte dal lento al molto veloce nel giro di pochi secondi, senza dare all’ascoltatore il tempo di accorgersene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Take you by the hand and feed you / Do you really feel the need to talk about it? / Now you're fighting for your corner / Sayin' that you oughta laugh about it / You should get a little braver / Do us all a favor, shout about it / Sweet sour / Sweet sour / Sweet sour", da ‘Sweet Sour’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il chitarrista Russell Marsden a ‘Outlineonline.co.uk’ riguardo al loro lavoro con Ian Davenport: "Durante le registrazioni del primo album, avevamo parecchia fretta e ci mancava il tempo per esplorare tutti i territori che avremmo voluto, è stata una cosa naturale chiamarlo anche per questo secondo lavoro. E’ stata come una vecchia riunione di compagni di scuola; quando siamo entrati in studio Ian ha riconosciuto dei vecchi suoni che ora si erano trasformati in veri e propri brani finiti. E’ stata una cosa bella e naturale."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://www.bandofskulls.com/" target="_new"&gt;Bandofskulls.com&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=-NDOK0tpkoE:xYvbjBuS_YY:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1304</guid><pubDate>Sun, 26 Feb 2012 00:27:19 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Django Django: Django Django]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1302</link><description>GENERE: psych-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Dave McLean (batteria, produzioni), Vincent Neff (voce, chitarra), Jimmy Dixon (basso) e Tommy Grace (synth).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: attesissimo esordio per il quartetto formatosi sui banchi di scuola a Edimburgo, ed ora di casa a Dalston, nuovo place to be dell’East London. Da tempo ormai i più attenti seguono con curiosa attenzione le gesta della band acclamata sul web come la versione 2.0 dei mitici Beta Band, ai quali fra l’altro sono legati da vincolo parentale (il batterista e leader Dave Mclean è fratello di John, tastierista dei Beta). Nei tre anni trascorsi dall’uscita del singolo 'Storm', la band ha scritto, composto e prodotto le restanti 12 canzoni, e soprattutto si è cimentata nel difficile compito di suonarle ad hoc dal vivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: provare a descrivere la ricetta dei Django Django è tutt’altro che semplice. Si potrebbe dire che i ragazzi si divertano come matti a mischiare ritmiche, generi, strumenti ed epoche distanti intere galassie tra di loro. Sconcerta pertanto constatare come da simili premesse possa emergere un disco preponderantemente minimal, d’impatto, che ringrazia ciascuna fonte d’ispirazione, ma poi prende il largo. Pare che Because Records (Justice, Metronomy), etichetta francese che li produce, abbia dato loro carta bianca e fiducia incondizionata, limitandosi ad attendere di ricevere tra le mani il lavoro finito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: in un’intervista Dave McLean approva la definizione di “caleidoscopici” attribuita alla band. Come dargli torto. Ciascuna traccia cattura da subito per orecchiabilità e freschezza, ma col tempo chi ascolta ha la possibilità di andare oltre e di perdervisi, in preda agli infiniti input dei quali l’intero disco si compone. Le spiegazioni a questo effetto vanno cercate nel processo creativo adottato da McLean, uno che di musica ne ha evidentemente masticata a tonnellate e che la mette a disposizione dei propri pezzi come i colori su una tavolozza, pronti ad essere rimescolati per creare qualcosa di nuovo. Uno, per capirci, che si dichiara devoto alla house music della Factory per poi postare sul Facebook della band 'The Four Horseman', gioiello psichedelico degli Aphrodite’s Child. Poco importa poi se le fonti sembrano tra loro inconciliabili, perché il disco vanta di tutta risposta una compattezza ed una fluidità poco discutibili. Appare così automatico il passaggio dall’'Introduction' di stampo jungle, condita da tamburi e fischi tribali, a 'Hail Bop', dub solare con sintetizzatori e voci Hot Chip-friendly. In 'Default', hit intelligente et ammiccante, fanno il loro ingresso le chitarre acustiche in chiave surf, a loro agio in un contesto che rimane sempre più preponderantemente elettronico. Non c’è che dire, là dove ti aspetti elementi in netto contrasto tra loro, McLean e soci stupiscono, sembrando sempre in grado di combinare equilibrio e gran gusto. Lo stesso discorso vale per il brano seguente, il post-atomico blues 'Firewater', che tanto piacerà ai Depeche, e per 'Wor', guizzo da applausi a metà tra psych-pop e western da inseguimento. Altro elemento chiave nell’economia del disco è lo scarso interesse di McLean per il suono pulito, spesso sacrificato senza esitazione a favore della spontaneità e della creatività espressa ancora nella sua forma grezza. E’ il caso per esempio delle chitarre e in parte della batteria di 'Storm' e di 'Life’s A Beach', la perfetta colonna sonora per andare a fare surf nel deserto, impreziosita nel mezzo da un piano elettrico. Nel mezzo 'Zumm Zumm' e 'Hand Of A Man' si prendono quasi a pugni: la prima ballereccia a ritmo di un video-game anni '80, la seconda quasi trascendentale con un riff ipnotico alternato alle armonie vocali e alle percussioni volutamente scarne sullo sfondo. 'Love’s Dart', col suo incedere al trotto, porta all’attenzione l’uso che band fa delle parole: piuttosto che di testi veri e propri, la sensazione è quasi sempre quella di avere a che fare con slogan solenni ed accattivanti (spesso autentici nonsense), incorniciati a dovere nell’ingranaggio di ciascuna traccia. “Questo e molto altro..” si dice per lanciare un programma o un film in TV. Ed è anche quello che si dice a questo punto: 'Django Django' al primo impatto ha tutte le caratteristiche di una Polaroid scattata con sensazionale tempismo, eppure ad ogni ascolto emergono dettagli, richiami e ricami degni di una foto fatta al soggetto del momento con la Reflex superfiga, le luci tutte al loro posto e un sapiente abuso di Photoshop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: tra alti e bassi, senza mai accusare stanchezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "You took part in the race / But disappeared without a trace / You thought you'd set the bar / I'd never tried to work it out / We just lit the fire and now you want to put it out / Forget about the cause / Press rewind then stop and pause / It's like a default", da 'Default'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: i Django Django al sito del Guardian: "Se provi ad giudicare cosa sia popolare, stai seguendo una formula. Noi sperimentiamo, ma facciamo anche intrattenimento; abbiamo fatto un disco pop, ma é ciò che noi pensiamo sia pop. L’ideale è che a questo punto diventi pop. La gente prima o poi torna a quella musica che merita di essere ascoltata." &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.djangodjango.co.uk" target="_new"&gt;Djangodjango.co.uk&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=74BpDorJjMw:Z08WFpS7hzY:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1302</guid><pubDate>Mon, 20 Feb 2012 12:03:08 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Tennis: Young And Old]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1301</link><description>GENERE: beach-pop, surf-pop, indie-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Patrick Riley (chitarra), Alaina Moore (voce, tastiere), James Barone (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: a poco più di un anno di distanza dal loro debutto ‘Cape Dory’, i coniugi Riley da Denver pubblicano il loro secondo album: questa volta per la produzione hanno chiamato Patrick Carney dei Black Keys.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: ‘Young And Old’ è un altro buon album indie-pop che riempie le orecchie dell’ascoltatore con deliziose melodie e una voce rilassante e tranquilla, mentre i ritornelli sono sempre catchy e piacevoli. Il pop zuccheroso dei gruppi tutti al femminile degli anni ’60 è senza dubbio una grande influenza anche in questo secondo lavoro, che esce, non a caso, proprio per il giorno di San Valentino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: le canzoni dei Tennis sono sempre molto corte (10 pezzi in poco più di mezz’ora), tintinnanti, piene di gioia, fresche, riescono a catturare da subito chi ascolta, contengono meravigliose e pacifiche melodie ricche di nostalgia e sono capaci di far sognare mondi fantastici e pieni di colori. Se il lavoro di Carney ha sicuramente portato ad una maggiore attenzione sulla batteria e sulle percussioni rispetto al passato, non ha però snaturato il sound della band del Colorado, anzi è riuscito a dare loro una sicurezza superiore nei propri mezzi, acquisita anche durante il lungo tour mondiale dello scorso anno, che gli ha permesso di realizzare proprio ciò che si erano prefissati. La voce di Alaina, che si dimostra ancora una volta un’ottima vocalist, ha una grande importanza nell’economia del disco, come si può vedere già dall’iniziale gentile ‘It All Feels The Same’, ma sa adattarsi anche in territori più funky (‘Petition’), o essere dolcissima (‘Dreaming’ e ‘Take Me To Heaven’). Si può forse accusare ‘Young And Old’ di non raggiungere la stessa perfezione pop di ‘Cape Dory’ e di non portare eccessive novità, ma è comunque un’altra raccolta di canzoni eccezionalmente piacevoli e capaci di trasportare la mente dell’ascoltatore già verso l’estate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITA’: medio-bassa, la gioia e l’allegria sono sempre presenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Imminent you seem to be / A picture of fragility / What is it that you think of me? / Is it a woman that you see?", dal singolo ‘Origins’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Patrick Riley a ‘Dailyernebraskan.com’ riguardo alle fonti d’ispirazione per questo nuovo album: "E’ veramente difficile da spiegare. E’ stato il primo album che abbiamo scritto come band e il primo album che sapevamo la gente avrebbe ascoltato. ‘Cape Dory’ era stato scritto nel nostro appartamento e non avevamo intenzione di farlo ascoltare ad altri. Abbiamo cercato di prendere le cose più sul serio rispetto al passato e di fare qualcosa che fosse più vicino alla vita della gente. ‘Cape Dory’ parlava solo del nostro viaggio e delle nostre esperienze, volevamo fare qualcosa che fosse più comunicativo."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.myspace.com/tennisinc" target=_new&gt;Myspace.com/tennisinc&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=ICcM4BUC73c:o_b7jxBPJTk:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1301</guid><pubDate>Sun, 19 Feb 2012 19:37:13 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Grimes: Visions]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1298</link><description>GENERE: experimental dream pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Claire Boucher da Montréal. 'Visions' è la sua quarta release in due anni a nome Grimes. Segue 'Geidi Primes', 'Halfaxa' e il 'Darkbloom' EP in split con il connazionale D’Eon.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: descrivendo il processo creativo dietro i suoi dipinti zeppi di riferimenti alla Mesoamerica azteca e all’universo manga (la cover del disco è uno di questi), Claire Boucher parla di creare una sensazione di vuoto intenso: 'Visions' è stato composto durante tre settimane di auto-imposta reclusione con privazione di entrambi sonno e luce naturale. Claire Boucher parla di occupare spazi creativi multipli ma di esistere come entità fuori dai confini ordinari: questo è 'Visions'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: continuare ad allontanarsi dalla nebbiosa, anche sbadata sperimentazione che caratterizzava 'Geidi Primes', proseguendo verso la cristallizzazione di quelle forme più pop di cui pezzi come ‘Vanessa’ furono l’avvisaglia. Per cui subito i gettiti di bassi su piano e archi angelici di ‘Genesis’ e i synth palpitanti a corredo delle storie notturne di ‘Oblivion’, le due melodie più accessibili mai uscite sotto moniker Grimes ma che pure continuano a suonare come se fuori dal tempo. E poi le altre, anch’esse “earworm” idealmente radiofonici, ma che, oltre a rifuggere i cori e a cambiare inaspettatamente corde, fanno lo stesso con una quantità di derive in un unico corno sonoro da fare invidia ai bei Basement Jaxx: swingbeat, new age, IDM, K-pop, industrial, glitch, il consiglio di How To Dress Well di non scordarsi dell’R&amp;B schiantato contro la trance tribale in ‘Be A Body (侘寂)’, l’electro-stomper ‘Eight’, l’art-tecno da un frammento di Requiem di Mozart per ‘Nightmusic’... il tutto ammantato da un’oscura, quasi mistica coltre di riverbero a richiamare l’amore per il vuoto e l’ossessione per il riempirlo di cui si diceva. Ancora la voce, quattro ottave di ultra-girlish falsetto plasmate a forza di esercizi su Mariah Carey ma qui esibite a pieno soltanto in occasione di due stupefacenti acuti (uno in ‘Circumambient’, l’altro in ‘Skin’) e per il resto camaleonticamente asservite a strumento e livello aggiunto, totalmente assorte sul suono delle sillabe piuttosto che sulla enunciazione delle parole. Sulla voce si erge una violenza comunicativa di 'Visions' che va oltre i significati delle canzoni: ci si ritrova dentro la bolla del folle mondo di Claire Boucher anche senza mai arrivare a capire ciò che dice. Ai beat perfetti non resta che fare dell’umano che ascolta il nuovo involucro dei demoni che Grimes si è scrollata di dosso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: ridurre l’etichetta “post-internet” sfuggita a Grimes in riferimento a 'Visions' ad una sola età anagrafica per la quale non si ha memoria di vita senza esposizione al web o, ancor peggio, al fatto che vi siano abbreviazioni e caratteri speciali del codice ASCII nei titoli (‘Infinite ♡ Without Fulfillment’), è sminuire l’effettivo valore del disco. Che è celebrazione dell’arte outsider, l’urlo per una generazione, quella dei creativi di Tumblr e GarageBand, a dire “no, non facciamo solo cose prive di valore e comunque leggero non vuol dire senza spessore”; è il brusio attorno di quella generazione stessa, che magari visioni affini le ha pure avute negli occhi ma non è mai riuscita a realizzarle e adesso si ritrova 'Visions' da tenere in considerazione per l’estetica futura dei suoi lavori. 'Visions' è impetuoso, sexy, ascoltabile a ripetizione fino al vomito, che non arriverà mai. È un disco pop che mostra davvero ciò che il pop può essere se spinto oltre ogni passata convenzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: propulsiva per intero se non per la vaporosa ‘Skin’. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “[…] I need someone now/to look into my eyes and tell me girl, you know you gotta watch your health.”, da ‘Oblivion’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: da un’intervista al Guardian: “Sono una persona super-introversa. Non indosso nemmeno scarpe con il tacco perchè odio fare rumore mentre cammino e che le persone mi guardino. Nel mio mondo dei sogni scriverei soltanto musica per Rihanna stando seduta in pigiama con i capelli davvero sporchi.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://www.grimesmusic.com/" target="_new"&gt;‘Grimesmusic.com’&lt;/a&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1298</guid><pubDate>Sat, 18 Feb 2012 10:04:19 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Shearwater: Animal Joy]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1297</link><description>GENERE: alt-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Jonathan Meiburg, Thor Harris e Kimberly Burke, con le incursioni, tra gli altri, di Andy Stack dei Wye Oak e dell’Okkervil River Cully Symington. Almeno ufficialmente, Will Sheff questa volta non compare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: grandi cambiamenti per il gruppo di Jonathan Meiburg. Oltre al definitivo divorzio del frontman dagli Okkervil River (e, specularmente, di Will Sheff dagli stessi Shearwater), 'Animal Joy' vede anche il passaggio della band dalla Matador Records al roster della Sub Pop. Ad accompagnare l’uscita del disco è il singolo 'Animal Life', associato a videoclip in piena regola, con tanto di playback del pezzo; ma sia ben chiaro: non basta un antilope impagliata a fare gli Shearwater.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: o, Aborigeno, dove sei? Conclusa la trilogia dell’'Island Arc', Jonathan Meiburg ha tenuto fede alla sua voglia di iniziare una nuova esplorazione: quella del rock. Abbandonati, quindi, strumenti tradizionali e etnomusicologia, stavolta a farla da padrone sono chitarre elettriche, cassa martellante, bassi slappati e tastiere, che scandiscono senza soluzione di continuità l’intero disco. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: i dischi degli Shearwater non sono mai stati propriamente facili al primo ascolto. Un po’ come tuffarsi da uno scoglio nell’Oceano: quando lo si fa per la prima volta, le sensazioni che prevalgono sono l’inquietudine e l’incertezza. Solo dopo qualche salto, presa consapevolezza dell’azione, si riesce a godere del sentimento di libertà e di infinito che quel gesto sa dare. Ma cosa succederebbe se, una volta staccati i piedi dalla roccia e allargate le braccia, ci si accorgesse che l’acqua non è abbastanza profonda per accogliere il nostro impatto? L’effetto di 'Animal Joy' è proprio questo; e l’essere annunciato non come un disco di transizione, ma come una vera e propria svolta, non depone certo a suo favore. Certo, ci sono brani come 'Animal Life' o 'You As You Were', in cui gli Shearwater riescono ancora a sentirsi, e, nel primo caso, quasi a convincere chi ascolta che la strada è quella giusta (non a caso, messo come brano d’apertura del disco); ma a far loro da contraltare ci sono episodi come 'Immaculate', che così tanto ricorda 'Shock To The System' di Billy Idol, e 'Breaking The Yearlings', scelta come teaser per l’album, il cui paragone crolla fino all’abisso del peggior pop nostrano. Nemmeno 'Run The Banner Down', che dovrebbe recuperare l’atmosfera sospesa intoccabile che ha sempre caratterizzato il sound della band, riesce a superare la piattezza di una ballad accompagnata da troppe percussioni. A salvare 'Animal Joy' è l’inconfondibile voce di Meiburg, unico vero collante dell’album, sempre capace di infondere un fascino magnetico tale da far sì che si ascolti il disco fino alla fine. Ma l'impressione è che tutto sia troppo e tutto insieme. A otto mesi dall’uscita di 'I Am Very Far' degli Okkervil River, è ormai ufficiale che non esiste divorzio, nemmeno se consensuale e amichevole, che non lasci severe ripercussioni sui suoi protagonisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: una cavalcata al galoppo, la prima volta che si sale in sella: pericolosa e fuori controllo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “I come right back into the sound/ I take one breath and spiral down”, da 'Breaking the Yearlings'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: dal comunicato stampa della Sub Pop: “No strings or glockenspiels were touched during the making of this album” (“Né archi nè glockenspiels sono stati toccati durante la registrazione di questo disco”).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.shearwatermusic.com" target="_new"&gt;Shearwatermusic.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=1jQnmMI3iPU:5qEJIq5spNA:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1297</guid><pubDate>Fri, 17 Feb 2012 00:12:22 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Portico Quartet: Portico Quartet]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1293</link><description>GENERE: post-jazz ambientale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Jack Wyllie (sax soprano e tenore), Duncan Bellamy (batteria, synth), Milo Fitzpatrick (contrabbasso), Keir Vine (hang e percussioni). Quest'ultimo sostituisce Nick Mulvey, uscito dalla band per portare avanti la propria carriera come songwriter. I componenti stessi sono anche produttori dell'album.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: è il terzo album della band, il disco della maturità, che in questo caso si esprime in un deciso cambio di direzione verso sonorità ambientali, e un utilizzo massivo di suoni sintetici. 'Portico Quartet' esce per la Real World, l'etichetta di Peter Gabriel, e vien da pensare che non potrebbe esistere un mentore migliore, visto l' eclettismo della band.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: i Portico Quartet sono caratterizzati da un sound unico, con linee melodiche ricercate ed arrangiamenti sofisticati, nei quali il plateau formato da basso e batteria viene arricchito dal verso soave e corposo del sax, da suggestivi suoni sintetici e dall'utilizzo dello &lt;u&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hang" target="_new"&gt;hang&lt;/a&gt;&lt;/u&gt;, strumento percussivo simile allo steel pan. Come detto sopra, la band ha virato verso sonorità più ambientali, arricchendo la propria proposta musicale senza stravolgerla. Il pattern sonoro di sottofondo è spesso formato da una ritmica ossessiva e da suoni che hanno un ché di etereo ed impalpabile, permettendo allo strumento che prende le redini del brano di fare il proprio gioco con calma, scoprendo le carte ad una ad una. Come in ogni band con un'identità jazz, seppur sfumata, nessuno strumento spadroneggia rubando la scena agli altri per tutto il disco, i ruoli di leader e gregario si alternano, ed ogni musicista ha il proprio spazio per emergere; detto questo, gli assoli vengono centellinati, e non risultano essere meri esercizi di stile, ma hanno il compito di spezzare il ritmo, spiazzando l'ascoltatore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: questo LP è quindi più sofisticato rispetto ai precedenti lavori; al contempo, i brani risultano inevitabilmente di minor impatto. I Portico Quartet trovano la propria cifra stilistica non nella loro capacità compositiva, né in una tecnica strabiliante, e neanche in una particolare capacità di improvvisazione, ma nell'equilibrio di tutte queste componenti, in cui nessuna primeggia sulle altre. Probabilmente è proprio grazie a questo equilibrio se i ragazzi londinesi riescono nel non facile intento di ammaliare l'ascoltatore, suggerendo visioni di mondi assurdi e inaccessibili, dei quali possiamo solo contemplare la purezza aliena e cristallina che sconvolge i sensi. Il disco parte con un pezzo d'introduzione perfetto, nel quale la base sintetica fa da sottofondo agli stridori del contrabbasso, che urticano le orecchie, fino ad arrivare a 'Ruins', uno dei brani di punta dell'album; la linea melodica del sax si sovrappone alla base per poi sparire e riapparire riprendendo il tema, tramutandosi successivamente in una chimera cacofonica, mentre il mantra ritmico mantiene alta la tensione. Si prosegue con brani dal mood rilassato e sognante, dei quali è difficile scorgere il nucleo grezzo, tanto si è distratti dalle immagini che l'ascolto ci ispira: è facile farsi irretire dimenticandosi dove ci si trova. 'Portico Quartet' risulta essere la perfetta colonna sonora per una viaggio solitario in macchina, dopo il tramonto, quando la nebbia scende creando una coltre grigia ed inquietante, che lascia intravedere appena il manto di velluto silvestre che copre le colline all'orizzonte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: come un esploratore che, atterrato su un satellite sconosciuto, perlustra la natura fumosa ed estraniante, perdendo il desiderio di tornare a casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: riguardo a 'Rubidium': "Questo pezzo è il risultato di idee che avevamo avuto per ‘Line’, sul nostro disco precedente, ma questa volta eravamo armati di una nuova gamma di elettronica e campioni con cui poter giocare. L'assolo di batteria nel mezzo è stato registrato alla fine di un lungo corridoio in un magazzino con l'intento di creare una tessitura piuttosto di un assolo virtuosistico."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.porticoquartet.com/" target="_new"&gt;Porticoquartet.com&lt;/a&gt;'; su '&lt;a href="http://www.clashmusic.com/feature/stream-portico-quartet-portico-quartet" target="_new"&gt;Clashmusic.com&lt;/a&gt;' si può ascoltare il disco per intero in streaming.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=K2rY9mFmOHA:vHRmarXZf6U:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1293</guid><pubDate>Sat, 11 Feb 2012 14:27:47 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[First Aid Kit: The Lion’s Roar]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1292</link><description>GENERE: folk.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Johanna e Klara Söderberg, sorelle svedesi poco più che maggiorenni, ma già al loro sophomore. Insieme a loro ci sono il produttore Mike Mogis e gli zampini di Conor Oberst e Felice Brothers.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: Girl Power, quindici anni dopo: Johanna e Klara non hanno il minimo timore né dubbio riguardo a quello che fanno. Paysley, fiori e pizzi bianchi, ma con una data di nascita che ha il 9 come cifra delle decine; scrivono di vita coniugale insoddisfacente, di donne che non hanno paura a prendere in mano la propria vita, sperando di diventare role models per tutti coloro che le ascoltano. E quando c’è da scoprire musica nuova, meglio guardare indietro che avanti. Le leonesse ruggiscono, sotto il loro sguardo incantato. Insomma, femminismo sì, ma per coloro che hanno vent’anni in questi anni ‘10, e possono già insegnare qualcosa non solo ai propri coetanei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: “I’l be your Emmylou and I’ll be you June, if you’ll be my Gram and my Johnny too...” cantano le due sorelle in uno dei pezzi di punta del disco. Una dichiarazione d’amore che suona come un manifesto programmatico. E, se il loro amore per Johanna Newsom è (quasi) insospettabile ascoltando il disco, Robin Pecknold, invece, deve guardarsi le spalle: l’attentato al trono del Folk potrebbe essere imminente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: il leone è il re della savana; i suoi movimenti languidi, la sua apparente compostezza, la regalità del suo incedere e l’accondiscendenza del suo sguardo, nascondono in realtà un ferocia e una forza senza pari. La caratteristica che gli vale l’epiteto di monarca è l’intelligenza di attaccare solo quando necessario, senza lasciare scampo alla sua preda, mantenendo altrimenti una placida calma e serenità. Il suo ruggito può essere percepito fino a grandi distanze, consentendogli così di rimarcare la propria presenza in un territorio molto ampio. Proprio con un ruggito si apre il disco omonimo: dimenticatevi fate del bosco e folletti dispettosi, è la vita reale quella che raccontano le sorelle Söderberg. Senza mezzi termini “I’m a goddam coward, but then again so are you” è il testo del primo ritornello che accoglie l’ascoltatore. Diretto, sincero, vero. I toni non si smorzano, per tutta la durata dell’LP, solo le voci, morbide e perfettamente armoniche tra loro, possono trarre in inganno chi non presta troppa attenzione alle parole. Come due vere leonesse, che ammaliano con la propria eleganza e un’illusoria delicatezza, Klara e Johanna attraggono l’ascoltatore a sé, per poi colpirlo nel profondo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
Nessuna forzatura, nessun calo, neanche quando, in chiusura, 'King of The World' sembra una concessione a uno scenario più allegro e spensierato; il ritmo sostenuto e la voce di Conor Oberst non sono che un supporto per un altro inno alla consapevolezza del proprio essere: “I'm the queen of nothing, I'm the king of the world”. Nessun orpello, nessun espediente: la sicurezza del songwriting delle due fanciulle svedesi, con la produzione di Mogis, bastano a se stesse. E se è vero che le First Aid Kit (come da loro dichiarato) cantano solo canzoni tristi, allora, bonjour, tristesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: dopo aver camminato nel bosco tutto il pomeriggio, finalmente ecco il posto ideale. Si accende il fuoco, si tirano fuori le chitarre, e si inizia a ballare insieme, raccontadosi in musica la propria storia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “But what you tell yourself you are must be what you'll be / Who's to say who is who and what is what if you simply don't agree”, da 'In The Hearts of Men'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Klara, a 'OndaRock.it': “Il fatto che tutto debba necessariamente essere sempre nuovo è una cosa che succede anche a causa di internet, appena ti annoi di una cosa che stai sentendo ne cerchi una nuova. Per me invece funziona andando indietro, e non è per niente male.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://thisisfirstaidkit.com" target="_new"&gt;Thisisfirstaidkit.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=2U-3Dy6rJFM:rc3uKRA5mYA:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1292</guid><pubDate>Thu, 9 Feb 2012 12:53:35 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Lana Del Rey: Born To Die]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1291</link><description>GENERE: pop, R'n'B.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Elizabeth Grant, nata a New York nel Giugno 1986.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: cercare di de-contestualizzare il personaggio di Lana Del Rey e soffermarsi unicamente sulla musica contenuta in questo disco sarebbe non solo un’operazione complicata, ma anche dannatamente noiosa. Questo unicamente perché, a scanso di equivoci, è proprio il disco a fare leva su certi argomenti che hanno circondato la Grant praticamente da quando il moniker 'Del Rey' ha iniziato ad esistere. La girandola di cliché che circonda la vita di una star di successo (o spacciata per tale), hanno preceduto qualsiasi altro argomento riguardante la musica, creando un esplosione mediatica non indifferente. Quello che era sembrato accontentare un po’ tutti fin dall’inizio, scettici, entusiasti e maldicenti, era la bontà delle prime due canzoni, ‘Video Games’ e ‘Born To Die’. Le argomentazioni degli haters erano infatti incentrate unicamente sull’esagerata artificiosità del personaggio, mentre le prime settimane di ‘Video Games’ su YouTube erano servite agli entusiasti per prepararsi al messianico arrivo di una Germanotta dell’indie moderno. Da quanto in realtà la Universal, proprietaria della Interscope e più potente major al mondo, stia progettando il colpo, rimane un mistero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: certo è che la produzione a sostegno di ‘Born To Die’ non è certo robetta da Do It Yourself né tantomeno da cameretta, come ‘Video Games’ voleva far intendere, è anzi molto ricca di arrangiamenti che spaziano su soluzioni differenti. I beat che sostengono i testi della Del Rey provengono da territori prettamente R'n'B, con inserti di archi classici in stile baroque-pop, ma ci sono anche molti sample e diverse influenze hip-hop, come in ‘Diet Mountain Dew’ o ‘Off To The Races’. L’immagine reclamata dalla stessa Lana sarebbe quella di una moderna Nancy Sinatra in versione gangster, ma in definitiva le somiglianze sembrano essere più estetiche che musicali. Il "progetto Del Rey" (come lei ama definirlo), in definitiva, invece di essere un alternativa al pop commerciale da classifica, finisce per divenirne un ripiego di lusso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: in realtà l’inizio è anche alquanto promettente, praticamente fino a ‘Video Games’ (quarta in scaletta), dopo la quale si fa sempre più chiaro che l’offerta sul piatto di Lana sia abbastanza limitata a quelle tre-quattro tematiche retoriche che pervadono i suoi testi, e non ci sia nessuna nuova canzone per cui perdere la testa. Insomma, un disco nella media. Ma quello che finisce col rovinarlo definitivamente è la scarsa interpretazione che la Del Rey offre nella quasi totalità delle canzoni. La figura di bad girl legata all’alcol, al sesso e alla rincorsa dell’American Dream (ancora!?) è di per sé trita nel 2012, ma viene oltretutto qui raccontata in modo impacciato e poco credibile. Se si decide di impersonare uno stereotipo invece di essere se stessi, bisognerebbe quantomeno rassicurarsi di riuscire a farlo decentemente. Il conflitto interiore creato da tutti gli uomini di cui si innamora perdutamente e che la fanno soffrire sembra tirato continuamente in ballo per aumentare l’empatia, ma finisce con l’avere l’effetto contrario. Mentre l’ego di una personalità come Kanye West sembra quasi nutrirsi dello scontro con l’altro sesso, quello di Lana viene letteralmente demolito dalle sue stesse narrative. La parte strumentale poi non fa molto per spostare l’attenzione lontano dalle goffe liriche della Del Rey, i beat risultano infatti troppo spesso iper-prodotti e le melodie tutto sommato ordinarie se non dozzinali, in alcuni casi. L’uso dei cori è inoltre troppo spesso abusato e ridondante, come in ‘National Anthem’, con il risultato che alcune canzoni somiglino più a una Rebecca Black che ad altro. La schietta semplicità di ‘Video Games’, fino ad ora, rimane la sua arma più tagliente. A carte scoperte, Lana Del Rey si è dimostrata incapace di passare dallo stato di YouTube Wonder a quello di legittima pop-star, e il salto spiccato con ‘Born To Die’ si ferma esattamente nel mezzo, nel tipico buco nero dell’anonimato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 12 tracce in 49 minuti e 28 secondi. La versione 'deluxe', con ben 15 canzoni, arriva a superare un’intera ora di durata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Money is the reason we exist / Everybody knows it / It’s a fact, kiss kiss", da ‘National Anthem’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: a NME: “I’m a psycho!”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.lanadelrey.com/" target="_new"&gt;Lanadelrey.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1291</guid><pubDate>Tue, 7 Feb 2012 19:21:22 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Chairlift: Something]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1290</link><description>GENERE: synth-pop, art-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Caroline Polachek (voce, synth, tamburello e suoi affini), Patrick Wimberly (chitarra, basso, cori).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: quattro anni dall’esordio 'Does You Inspire You' che paiono un’eternità. Di mezzo la battaglia legale tra la Polachek e il co-fondatore e suo ex fidanzato Aaron Pfenning per i diritti sul nome della band e l’incubo costante di essere ricordati soltanto come one-hit wonder grazie a ‘Bruises’ e una pubblicità dell’iPod Nano. 'Something' è la risposta secca a tutto questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: seppur vi sia qui in causa, come logico, il duo risultante dalla fuoriuscita di Pfenning, 'Something' è però principalmente il disco della Polachek, del suo salto di qualità da ipoteticamente anche rimpiazzabile frontwoman a diva del palcoscenico e punto focale imprescindibile dell’opera tutta. Per il resto si parla di un (altro) ottimo album pop indebitato con gli '80s, comunque non soltanto più raffinato dell’esordio ma pure ben più efficace.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: se infatti 'Does You Inspire You' aveva il suo agente patogeno contenuto e perlopiù limitato a quella ‘Bruises’, Something è una vasta, inesorabile epidemia di melodie e motivi a presa sicura e a presa rapida. A garantirne doppiamente la varietà che non sta solo nelle trame, lo si è anticipato, la gran versatilità della Polachek, qui pure amplificata dall’appoggiarsi della tracklist su più d’una fase dell’elaborazione della non morbida rottura. Caroline lungo tutto il disco naviga il suo stile vocale fra i due estremi di vittima e “revenge seeker”: mentre in ‘Cool As A Fire’ pare una Whitney Houston esordiente e così fragile da non poter esser sfiorata, sui synth gorgoglianti dell’opener ‘Sidewalk Safari’ s’atteggia a killer, esplodendo nel coro “I’m gonna run/hunt you down”; nel mezzo si lascia andare alle esuberanze inopportune da dancefloor di ‘Met Before’, si prende sia l’intervallo dreamy con l’eterea ‘Turning’ che l’interludio liberatorio ‘Ghost Tonight’ dove si fa un giro nel range di Feist, conclude di nuovo tremante nel fornire la sua spiegazione dei fatti sul semplice tratteggio valzereccio di ‘Guilty As Charged’. Ciò che non varia su tutto l’arco delle undici tracce è l’attitudine weirdy che già c’era e neanche quella s’è lasciata a Pfenning, il fatto che ognuna delle undici sta in piedi da sola, anche lontana dalle altre. Che Something è una eleven-hit wonder e qualcuno cestinerà qualche vecchia compilation con dentro Ladyhawke. Per quanto è spudorata ‘I Belong In Your Arms’ altri riguarderanno Flashdance col mute sul volume e questo nello stereo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: moderata con picchi danzerecci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Go on and punish me/But If I gave you what you’re asking for/then you wouldn’t want it anymore, so I won’t”, da ‘Guilty As Charged’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: la Polachek per 'Altmusic.about.com': “Io e Patrick siamo entrambi Gemelli. Abbiamo quindi entrambi personalità multisfaccettate e questo si riflette nella natura schizofrenica di alcuni dei nostri testi. Frammentando sè stessi nelle proprie diverse personalità si avrà, ad esempio, una buona prospettiva per avvicinarsi ad ‘Amanaemonesia’.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: &lt;a href="http://www.chairlifted.com/" target="_new"&gt;‘Chairlifted.com’&lt;/a&gt;&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=4PIZDUocQ5w:XvXtbmMiovE:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1290</guid><pubDate>Tue, 7 Feb 2012 00:50:54 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Craig Finn: Clear Heart Full Eyes]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1288</link><description>GENERE: indie-rock, country-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Craig Finn (voce, chitarra), Josh Block (batteria, percussioni), Jesse Ebaugh (basso, organo), Ricky Ray Jackson (chitarra), Billy White (chitarra, basso), Catherine Davis (piano, organo, tastiere).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: debutto da solista per Craig Finn, che ha deciso di prendersi una pausa dagli Hold Steady e pubblicare un suo lavoro più personale, come racconta lo stesso frontman della band di Brooklyn. ‘Clear Heart Full Eyes’ è stato prodotto da Mike McCarthy (Spoon, … And You Will Know Us By The Trail Of Dead) e registrato a Austin, Texas nei mesi di pausa dal lavoro con il suo gruppo principale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: cosa fa il cantante di una band di successo come gli Hold Steady, mentre ha un momento libero? Pubblica un album solista, in cui lascia più spazio alle storie e abbassa decisamente il volume, come si può notare già dalla gentile chitarra dell’iniziale ‘Apollo Bay’. La sua poesia e la sua narrativa all’interno dei pezzi gli permettono subito di guadagnare un prestigioso paragone con Tom Petty; ma Finn sa anche esplorare territori non tipici della sua band, quale il country-folk (‘New Found Jesus) e il blues-rock (il singolo ‘Honolulu Blues’), prima di tornare sul sentiero molto più conosciuto e battuto che porta il nome di 'Americana'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: le storie che racconta Finn in ‘Clear Heart Full Eyes’ sono storie comuni che raccontano di piccole città, di affittare camere, di trovare Gesù: cosa c’è di diverso rispetto ad altri album dello stesso genere? Il frontman degli Hold Steady, questa volta senza la sua band, ha scelto, comunque, dei collaboratori di ottimo talento (membri di White Denim, Phosphorescent e Heartless Bastards); in secondo luogo, la ricca narrativa tipica di Craig, riesce a creare dei personaggi e a caratterizzare la storia in maniera molto particolareggiata, rendendola quasi familiare all’ascoltatore: ogni pezzo acquista, così, un suo fascino accattivante, dando l’impressione di aver realmente vissuto quei momenti. Il rumore delle chitarre è meno insistente e più rilassato rispetto ai lavori con il suo gruppo, il sound ne guadagna in tranquillità e anche Finn sembra essere meno esuberante rispetto al passato. ‘Clear Heart Full Eyes’ è una nuova esperienza per Finn, che ha deciso di rallentare il ritmo: pur non esplorando nuovi territori dal punto di vista musicale, mette ancora in luce le buone qualità di songwriting del cantante originario di Boston, il risultato è un album tranquillo e piacevole all’ascolto e può essere un buon compagno per un lungo viaggio in auto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: sempre piuttosto bassa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Good ol’ Freddy Mercury is the only guy that advises me", racconta Finn in ‘No Future’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: a ‘Avclub.com’ riguardo alle canzoni dell’album: "Sono semplici e molto più morbide e tranquille [rispetto a quelle degli Hold Steady, ndr]. Non è quello che fanno gli Hold Steady o che possono essere interessati a fare. Sembravano andare bene per il mio progetto solista, per una cosa una cosa fatta da solo."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://steadycraig.tumblr.com" target="_new"&gt;Steadycraig.tumblr.com/&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=EfyLKijiVEE:WxfRJE8dgFI:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1288</guid><pubDate>Sun, 5 Feb 2012 21:32:40 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Twilight Sad: No One Can Ever Know]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1286</link><description>GENERE: synth-rock, post punk.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI James Graham (voce), Andy MacFarlane, (chitarra, fisarmonica, rumore), Craig Orzel (basso), Mark Devine (batteria). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: terzo LP in studio per la band scozzese. Alle spalle di questo disco, un ottimo esordio ('Fourteen Autumns &amp; Fifteen Winters', 2007) e un seguito ('Forget The Night Ahead', 2009) non molto innovativo ma di indubbio fascino. Questa dovrebbe essere la prova del fuoco, insomma, per una band dalle rigorose coordinate stilistiche e dall'indubbia reputazione live.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: e fu così che il 'fascino' dei suoni sintetici e delle tastiere investì un altro dei valorosi baluardi del rock elettrico tirato, portentoso, deflagrante al limite - talvolta - del cacofonico. La predilezione della forma canzone nei suoi canoni tipici (minutaggio, alternanza precisa di melodia e strascichi strumentali, obiettivo fissato nella convenzionalità dell'inciso che prepara il terreno al chorus ricercatissimo) già avviata con 'Forget The Night Ahead' completa il suo percorso in questo album. Senza girarci molto attorno i registri sonori sono molto mutati con una tendenza, soprattutto nella seconda parte, alla rarefazione e al synthetismo.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: onestamente mi aspettavo molto da questo LP, o per meglio dire attendevo con una certa fiducia i Twilight Sad al varco della terza uscita. Tuttavia chi tiene un occhio di riguardo per una determinata band, tende ad essere un po' egoista e osservare con occhio critico e scettico il 'cambiamento'. Ma del resto parliamo di artisti, persone che oltre a lavorare con la musica sono legati ad essa da ambizioni e sensibilità. Per cui per determinati musicisti variare il proprio registro, esplorare soluzioni differenti sia nella scrittura che negli arrangiamenti diventa ad un certo punto un'esigenza legata a doppio filo a quella sensibilità di cui parlavo prima. Non è detto che queste esplorazioni in territori nuovi, musicalmente parlando, siano sempre sinonimo di una migrazione definitiva verso un altro sound differente da quello classico. Per questo si parla di dischi di transizione, ovvero di album che sono testimoni di un momento particolare dal punto di vista creativo e che risentono concretamente di determinate esigenze di sperimentazione che, il più delle volte, come un capriccio, volano via nel breve termine quasi come se non fossero mai esistite. E così va preso questo 'No One Can Ever Know', convenzionale per i più, forse quanto di più difficile si possa fare per chi l'ha concepito, perché differente da quanto fatto finora nelle scelte stilistiche. Dove le chitarre hanno incredibilmente un ruolo secondario, scavalcate nelle gerarchie da drum machine e synth (diverse soluzioni ricordano i Maps). Scelte che sembrano fuori luogo, che potrebbero risultare eccessivamente snaturanti (anche se determinate caratteristiche come la ridondanza di alcuni versi, l'enfasi interpretativa, la tendenza alla progressione nel ritmo sono sempre al loro posto) e che senz'altro apriranno ampi fronti di discussione. Chi promuoverà la band a pieni volti per il coraggio, chi rimpiangerà la loro anima più rock. Tuttavia, pur credendo che il meglio lo danno sfruttando le chitarre, non si può nascondere che laddove hanno perso (troppo) dal punto di vista dell'anima incendiaria sono comunque riusciti a riguadagnarla (in parte) nell'essenzialità di una forma che guarda maggiormente al 'pop', anche se nel mezzo la convenzionalità di un paio di soluzioni non convincono. Ad ogni modo, diversi pezzi funzionano senza riserva: 'Nil' ha una marcia in più che rende omaggio agli ultimi Nine Inch Nails (riferimento ricorrente nel disco), l'apertura convincente di 'Alphabet' e 'Dead City' (Joy Division in lontananza) ha il pregio di non nascondere le carte, 'Another Bed' è giustamente il pezzo simbolo e 'Kill It In the Morning' (ancora anni '80 senza veli) grazie soprattutto all'usuale ottima prestazione di James (e a quella tensione molto particolare trasmessa dalla loro scrittura) riescono ad addolcire la pillola del cambiamento e condurre il disco, senza rubar nulla, ad una corposa sufficienza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: alta, ma non frastornante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “You scream when you shine”, da 'Dont't Look At Me'. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE "Ci piace pensare che il nostro suono possa muoversi in diverse direzioni. Ci sono poche cose che i Twilight Sad non cambieranno mai, ma tutto il resto è modificabile… Tra l'altro ne abbiamo già parlato, più in là potrebbero esserci anche cose alla Kraftwerk dentro la nostra musica." &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://thetwilightsadblog.blogspot.com/" target="_new"&gt;Thetwilightsadblog.blogspot.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1286</guid><pubDate>Thu, 2 Feb 2012 00:34:41 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Islet: Illuminated People]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1284</link><description>GENERE: alt-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: quattro ragazzi di Cardiff, poco più che ventenni: Mark Thomas, Emma Daman, Johnny Thomas e Alex Williams. Tutti sono polistrumentisti e sanno cantare (spesso sul palco, durante i loro incontrollabili live-show, avvengono numerosi scambi di strumenti).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: esordio sulla lunga distanza per una delle band più sperimentali ed alternative di tutto il Regno Unito, dopo l’uscita di un paio di ottimi EP nel 2010. Come già detto in passato, questi ragazzi hanno mantenuto molto bassa la loro presenza all’interno dei mass-media (solo  brevissime comparse), il loro sito ufficiale è stato creato da poco, hanno ancora il loro day-job e si sono presi tutto il tempo a loro disposizione per registrare il loro esordio, dando un segnale forte di voler andare contro al normale sistema moderno della produzione musicale. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: sorprendentemente,  ‘Illuminated People’, non contiene la stessa energia dei due mini-album (‘Celebrate This Place’ e ‘Wimmy’) che lo avevano preceduto: ci sono, infatti, momenti più tranquilli, dove la velocità punta verso il basso; ma sul piano della sperimentazione la band di Cardiff non è seconda a nessuna, riuscendo a mescolare suoni, esplosioni, sussulti, rumori e creando paesaggi sonori incredibili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: l’ascoltatore viene sorpreso immediatamente con il primo brano, ‘Libra Man’, il più lungo di tutto l’album, un viaggio lungo ben 9 minuti che lo porta a scoprire più facce della musica degli Islet all’interno di un unico pezzo, senza mai fargli perdere l’attenzione. Le chitarre dal suono meccanico, i poderosi colpi della batteria e la voce del frontman Mark Thomas che sembra perdersi tra misteriosi spazi creano un senso di psichedelia che riporta in mente gli Who: difficile poter trovare un’altra band che decida di aprire un album con un pezzo di questo genere. Volendo seguire l’ordine delle tracce sull’album, subito dopo viene il primo singolo, ‘This Fortune’; anche qui gli standard tradizionali della visione di singolo come il pezzo più pop o commerciale del lavoro, vengono subito cancellati: nessun riff facile o coretto catchy, anzi il distorto suono delle keys mostra che siamo davanti a una band con nuove idee rispetto al passato ed estremamente fiduciosa nei propri mezzi. Si trova, però, anche un’anima più pop dentro alla musica di questi quattro ragazzi di Cardiff: ‘Entwined Pines’ è delicata, ha un coro, delle melodie ed è senza dubbio il brano di più facile impatto. ‘We Bow’ è un’altra dimostrazione che gli Islet sono capaci di coprire qualsiasi ambito musicale senza nessuna paura: una chitarra tranquilla, morbida, i coretti quasi angelici di Emma Daman e la voce profonda di Mark Thomas riescono a creare un’atmosfera dalle sembianze romantiche, all’interno di un pezzo molto semplice, ma tra i più belli di ‘Illuminated People’. C’è anche spazio, ovviamente, per qualche brano simile alle produzioni precedenti come ‘Filia’, dove regnano potenti riff di chitarra, poderosi colpi di batteria e allegre grida, mentre la conclusiva ‘A Bear On His Own’, caratterizzata dal suono di un organo, da un drum rumorosa  e da cori notevoli, sembra sprigionare una buona nota di felicità da parte della band. Gli Islet avranno, sì, rallentato un po’ il ritmo, ma hanno prodotto un album comunque altamente sperimentale, pieno di varietà di suoni e una vera gioia per chi ascolta, senza dimenticare anche una parte dedicata al divertimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITA’: elevata in più momenti, ma ve ne sono anche altri più riflessivi in cui si abbassa decisamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "What is your greatest fear / Ours is the sight of you… / You’ve got the lion’s share", dall’iniziale e lunghissimo ‘Libra Man’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Emma Daman a ‘Bowlegs.com’ riguardo ai progressi della band: "Questo album è particolarmente diverso dai due EP perché questa volta abbiamo lavorato con un produttore, con un ingegnere e con un numero maggiore di microfoni a disposizione. Inoltre è la prima volta che abbiamo registrato dei pezzi prima di averli suonato dal vivo, è stato un passo verso l’ignoto per noi." &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://isletislet.com/" target="_new"&gt;Isletislet.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=ojyj5d9Foa8:dJAEdZ0I96g:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1284</guid><pubDate>Tue, 31 Jan 2012 01:37:36 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Howler: America Give Up]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1282</link><description>GENERE: indie-rock revival.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Jordan Gatesmith (voce, chitarra), Brent Mayes (batteria), Ian Nygaard (chitarra), Max Petreck (tastiere), France Camp (basso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: quando un etichetta importante come la Rough Trade arriva dall’altra parte dell’oceano, precisamente a Minneapolis, USA, per mettere sotto contratto cinque ragazzini con skinny jeans e chitarre al collo, la spia d’allarme della stampa specializzata comincia prevedibilmente ad impazzire. Il giochino è talmente semplice che non è neanche divertente, tante sono le analogie con l’altro quintetto esploso circa undici anni fa che aveva gli stessi identici riferimenti estetici e musicali. Gli Strokes ragazzi, gli Howler sono i nuovi Strokes, altroché.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: gli Howler vanno infatti a ripescare tra i suoni seppelliti nell’ondata di guitar-bands del decennio trascorso, iniziata proprio dagli Strokes nel 2001 e terminata da qualche parte nel 2007, in quello che è passato erroneamente alla storia come il genere 'indie'. Suono da garage-band sporco, riff di chitarra semplici e diretti, ritmica tirata e testi libertini. I riferimenti al disco d’esordio della famosa band newyorkese sono talmente palesi che rimane quindi impossibile per chi ne scrive, cercare di descrivere gli Howler in termini più accurati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: non è neanche una questione di mode che passano, perché se un disco è valido, il valore viene fuori. Certo, se gli Howler fossero usciti magari dieci anni fa, probabilmente non li avremmo neanche recensiti. Il fatto però che arrivino a gran voce in questo periodo di vacche magre per i gruppi con le chitarre, annunciati dalla stampa britannica come i prossimi salvatori della guitar-music, ecco che agli Howler viene richiesto di intrattenere un pubblico che al momento non esiste, con un disco talmente debole che rischia di lasciarli in mutande davanti all’intera platea. I difetti di ‘America Give Up’ sono infatti troppi e troppo grossi per passare inosservati o per chiudere il proverbiale occhio, gli echi di ‘Is This It’ ancora troppo freschi per non far sembrare questo debut un mero sotto-prodotto da discount. Il problema principale e’ il suono del disco, dove in fase di produzione qualcosa deve essere andato storto. È chiaro infatti sin dal primo secondo d’ascolto il tentativo di ‘suonare’ in una certa maniera, ma il miglior risultato che si riesce ad ottenere è solamente un’imitazione dell’originale. Anche la voce di Gatesmith cerca disperatamente di essere graffiante come quella di Casablancas, ma sembra piuttosto strozzata. Fa anche le stesse smorfiette, sia chiaro, come in ‘Pythgorean Dream’. Quando si decidono poi a cambiar leggermente registro (molto leggermente), con ‘Too Much Blood’, finiscono per suonare esattamente come un altro gruppo dalle chitarre sporche, i Jesus &amp; Mary Chain. Solamente che questi ultimi avevano delle melodie memorabili, mentre gli Howler le melodie non riescono proprio ad azzeccarle, mentre ogni riff sembra arrivare direttamente da una canzone già sentita da qualche altra parte. Neanche il classico ‘singolone’ riescono a piazzare, ‘This One’s Different’ è talmente dozzinale da passare quasi inosservata. Ecco quindi che alla fine dell’album non rimane nulla, se non la sensazione di essere di fronte ad un disco privo di qualsiasi qualità, praticamente privo di vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 11 canzoni in 31 minuti passano perlomeno in fretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Well I Can’t be real/Well I can’t be nice / There’s nothing in this world that I would sacrifice", da ‘Told You Once’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE; il frontman, leader e fondatore della band Jordan Gatesmith a 'MusicOHM.com': "Ci siamo sempre detti l’un l’altro scherzando “give up”, lascia perdere, che diciamo quando qualcuno sta cercando in tutti i modi di essere qualcuno. E’ come un’accettazione, quindi in questo caso era un messaggio all’America di lasciar perdere."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.howlerband.com/" target="_new"&gt;Howlerband.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1282</guid><pubDate>Sun, 29 Jan 2012 22:36:50 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Ani DiFranco: ¿Which Side Are You On?]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1278</link><description>GENERE: cantautorato folk. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Ani DiFranco, che per realizzare questo lavoro si è circondata da amici e familiari: su tutti campeggia il grande Pete Seeger (banjo nella title-track), poi i Neville Brothers (Ivan e Cyril) e i numerosi musicisti di New Orleans, città dove lei e il compagno (Mike Napolitano, qui alla produzione) si sono trasferiti da tempo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: già dall'inizio della sua carriera la DiFranco, appena ventenne, si rese indipendente rifiutando i numerosi inviti delle varie indie-label, fondando la propria etichetta, la Righteous Babe. Niente compromessi, le sue scelte sono state sempre coerenti e fatte col cuore. Sono state quelle che portano a fare dei tour europei in perdita e scritturare degli artisti perché bravi e originali (chi ha mai visto quel pazzo di Hamell On Trial dal vivo può capire di cosa parlo) e non perché potevano far cassa. Nonostante ciò, la sua etichetta ha lanciato artisti di livello come Andrew Bird e Anaïs Mitchell, che (soprattutto il primo) hanno avuto un notevole hype con i loro ultimi lavori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: la recente maternità sembrava aver fiaccato Ani, fino ai primi anni 2000 prolifica come pochi. Aveva lasciato passare 2 anni da 'Reprieve' (2006) al successivo 'Red Letter Year' (2008) e addirittura 4 per questo '¿Which Side Are You On?'. Nell'ultimo lavoro si era intravista anche l'elettronica, che sembrava aprire nuove strade, ma che ad oggi pare aver abbandonato. Questi 11 brani sono variegati nei suoni (la folksinger è un'ottima ed originale chitarrista acustica) quanto pesanti (nel senso di importanti) nel messaggio. Ani è donna, cosa che fin qui ci aveva mostrato chiaramente, ma ora è anche madre, quindi argomenti come le responsabilità di una vita adulta e le risposte alla domanda "Che mondo lasceremo ai nostri figli?" trovano posto in modo prepotente nelle sue canzoni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: il lavoro inizia con 'Life Boat', perfetta nella lievità, che lascia poi spazio a 'Unworry', un pezzo che sembra venire dal passato, se non fosse per la maturità dei suoni e la precisione degli arrangiamenti. Poi tocca a 'Which Side Are you On?', che parte dal banjo di Seeger e arriva al finale del coro dei bambini della scuola The Roots Of Music. Il testo è stato attualizzato senza perderne la causticità. Seguono 'Splinter' e 'Promiscuity', la prima quasi calypso, l'altra molto classica. La prima di stampo ecologista, la seconda tratta di libertà sessuale, ma a parte gli argomenti i due pezzi non dicono molto musicalmente e risultano un po' troppo elaborati. Più accattivante è la dolce 'Albacore', che con un mood jazz trasporta le parole leggermente. Con la title- track è la migliore del set. 'J' è un reggae (!) dal testo politico e di denuncia, senza mezzi termini. Il blues solido di 'If Yn Not' porta Ani a considerare l'inevitabile accettazione del diventare adulti e di tutto quello che ne consegue, con la consapevolezza di una persona matura. Il minimalismo di 'Hearse' conduce a 'Mariachi', lanciata in un cantato 'alto' e un bel giro di accordi aperti molto solari. I mezzi termini sono lasciati indietro anche dalla marziale 'Amendment', che parla di aborto. Il finale è di 'Zoo': arpeggiata, quasi solo chitarra e voce, canta delle brutture del mondo e lascia molte domande aperte, appunto: "Cosa lasceremo ai nostri figli?". Con quest'ultimo lavoro la ex riot girrrl porta a compimento il percorso iniziato 6 anni fa con 'Reprieve': la maturità di una donna consapevole, preoccupata e arrabbiata (ancora), ma sicura dei suoi mezzi. Purtroppo il già sentito e il poco coraggio mostrato in alcuni brani non portano questo disco ai livelli eccelsi di una decina di anni fa, ma in buona parte riaffiora la classe di un'artista che deve necessariamente ritrovare il percorso che permette di far decollare il proprio messaggio, in modo da non farlo ascoltare ai soli fan più accaniti.  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: quella delle chitarre acustiche, a volte rumorose, a volte delicate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: '¿Which Side Are You On?', un titolo importante, un traditional degli anni '30. Il brano, reso noto da Pete Seeger, vanta tantissime cover, è ora ripreso dalla cantautrice di Buffalo. Ani DiFranco non ha mai nascosto il suo impegno civile, mettendo tutta se stessa in ciò che credeva, che fossero i diritti civili o l'intolleranza, ha le carte in regola per parlare di donne, ambiente e lavoro con consapevolezza. Il testo tratta di argomenti crudi e potenti, le lirycs, rivisitate, recitano: "They stole a few elections / Still we the people won / We voted out corruption and / Big corporations / We voted for an end to war / New direction / We ain't gonna stop now / Until our job is done." &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: "Mi sento frustrata, politicamente disperata. Dopo aver scritto centinaia di canzoni, mi chiedo, oggi quanto posso spingermi oltre? Credo di aver superato una volta ancora i miei limiti nella politica e nell'arte, per vedere cosa la gente è pronta a sentire."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.righteousbabe.com/" target="_new"&gt;Righteousbabe.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1278</guid><pubDate>Thu, 26 Jan 2012 00:52:48 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Cloud Nothings: Attack On Memory]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1276</link><description>GENERE: bubblegum post-hardcore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Dylan Baldi (voce, chitarra), Joe Boyer (chitarra), TJ Duke (basso), Jayson Gerycz (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: nel 2009 Dylan Baldi si iscriveva alla Case Western University di Cleveland e intanto buttava giù qualche pezzo così, in garage e con la strumentazione scadente che ai tempi si ritrovava. Li metteva poi su internet, il passaparola gli diceva bene e allora la firma per la Carpack Records con il gruppo e i due LP, 'Turning On' a fine 2010 e 'Cloud Nothings' del 2011. Era questo l’excursus superfluo dell’ascesa di una band superflua per tutti tranne che per qualche blogger di bassa lega di troppo, ma di cui da qui in poi non si potrà più parlare come di band così superflua. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: sia chiaro, 'Attack On Memory' non è rivoluzione tanto quanto il suo predecessore non era novità in un movimento più grande, al contrario di come quei blogger di cui prima avevano cercato di farlo apparire, additando magari Baldi come il primo hipster a vestire Atticus. Affatto. 'Attack On Memory', proprio come il quasi nulla del self-titled, sta nel corrente tumulto attorno alla riscoperta dei late-80s/early-90s. Ma merita la giusta considerazione perchè è più d’un passo avanti. Non che da una ‘Understand At All’ a caso ci volesse poi tanto, direte voi, ma tant’è.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: c’è che produce come si deve Steve Albini e allora 'Attack On Memory' è sì prosecuzione del percorso fatto finora ma pure rottura col passato, che addirittura le prime note di ‘No Future/No Past’ son di piano. C’è che qua Baldi alle influenze ha messo il separé in corrispondenza della sua data di nascita (1991) e il punk-pop con cui è cresciuto gli scappa poi davvero solo un po’ in occasione di ‘Fall In’ e ‘Stay Useless’. Per cui via le jam brevissime, rapide, confuse e ronzanti per le quali ricordavamo i Cloud Nothings, che qua è tutto ben più angolare, che qua ci sono i Bitch Magnet (dichiarati), gli Slint e un’altra emotività. C’è che se è vero che il disco ha un calo nella seconda parte della sua tracklist, lo è pure che che non è caduta in picchiata ma standardizzazione, ritorno nella media. C’è che in generale è un “grower album”. C’è che lungo i nove minuti di ‘Wasted Days’, la traccia migliore, Baldi canta “I thought I would be more than this” e allora 'Attack On Memory' è per il leader dei Cloud Nothings la miglior resa possibile all’essere un revivalista, finalmente d’un unico ma più definito tono, non più schiavo della costante ricerca di un nuovo illusorio dove spazio per il nuovo si fatica ad immaginarlo. C’è che Baldi in ‘No Sentiment’ canta “No nostalgia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
	&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: dalla quiete alla tempesta, di continuo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “Give up, come to / No hope, we’re through”, da ‘No Future/No Past’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Baldi riguardo a come i Cloud Nothings siano finiti a lavorare con Albini: "Steve lavorerebbe con chiunque. Se mettessi su una band, gli telefonassi e gli dicessi 'Hey, mi piacerebbe producessi tu il nostro album', lui risponderebbe tipo: 'OK, pagatemi e lo farò'."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: i Cloud Nothings possiedono soltanto un rudimentale abbozzo di MySpace. Meglio quindi orientarsi sulla loro pagina &lt;a href="http://www.facebook.com/cloudnothings" target="_new"&gt;&lt;u&gt;Facebook&lt;/a&gt;&lt;/u&gt;.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=RAZPlT7XFgo:mwyPsvfavjw:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1276</guid><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 00:04:38 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Galapaghost: Runnin']]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1275</link><description>GENERE: folk.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Casey Chandler, in arte Galapaghost, canta, produce e suona tutto quel che c'è da suonare: chitarra, pianoforte, ukulele, percussioni...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: album d'esordio per il giovanissimo newyorkese (di Woodstock, per la cronaca) trapiantato in Texas, ad Austin, dopo aver completato gli studi per il diploma in Produzione Musicale. Scoperto dal produttore, cantante e chitarrista (e molto altro ancora) Ru Catania, Casey ha firmato un contratto con la casa discografica Lady Lovely ed è pronto per il breve tour italiano che è partito da pochi giorni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: umile anche nel design di copertina, Galapaghost progetta con precisione e arriva a costruire in poco tempo una piccola casa in legno nell'accogliente (sotto)bosco folk minimalista che ha ultimamente ripreso a vedere la luce del sole anche in Italia, sfrondando pian piano i rami troppo invadenti del pop e i pregiudizi di chi pensa che sia un genere che non abbia più niente da dire. La semplicità è l'estrema perfezione, disse una volta Leonardo da Vinci. E' il ritorno alla purezza delle origini: una voce e una chitarra, e chi fa da sé fa per tre, nel senso che Casey Chandler suona tutto, persino l'ukulele nel brano che l'ha reso famoso sul web, 'Never Heard Nothin'', e che l'ha fatto scoprire da Ru Catania.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: poche sbavature, poche pretese ma molta voglia di fare; qualche coretto anonimo qua e là ad accompagnare l'effetto cullante della chitarrra ('Truman') non guasta mai (e soprattutto non è eccessivo). Galapaghost diventa Paul Simon  nei momenti più allegri e al contempo vocalmente più studiati ('You're All I Need' e di nuovo 'Truman'), si fa un giro tra i boschi insieme a Bon Iver in 'Don't Go &amp; Break My Heart', si trasforma in cantautore puro alla Glen Hansard (c'è pure il pianoforte) in 'Disintegration' (in cui si mette addirittura a fare lo spelling dei verbi "Innovate, Calibrate, Operate, Disintegrate, Stimulate, Copulate, Manipulate" e ancora "Disintegrate!"). Sebbene l'album si fosse aperto con l'ottima traccia omonima 'Runnin'' che non ha molto da invidiare la più ispirato Jack Johnson, c'è da dire che il giovanissimo songwriter di Austin dà il meglio di sé nell'accoppiata finale formata dalla più che serena 'A Familiar Place' e da una 'Desire For Desire' parecchio introspettiva. Casey Chandler si accontenta di essere se stesso: noi non dobbiamo fare altro che imitarlo. Lui è stato sincero con noi, noi dobbiamo essere leali con noi stessi. In definitiva, un album che ha in sé l'attesa di un sequel, che non ci può lasciare soddisfatti se non perché ci è venuta l'acquolina in bocca al pensiero delle potenzialità che tale musica può avere se coltivata a dovere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: corsa blanda: but "I keep on runnin'"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "Cause human kind is not that kind / We'd lie to keep ourselves alive / We'd lie to keep ourselves alive / And we'd to anything to survive", da 'Human Unkind'. Homo homini lupus, insomma: Galapaghost non ricerca altro nei suoi testi se non la chiarezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Ru Catania: "C'è una sincerità disarmante nelle cose che fa."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://ladylovely.bandcamp.com/album/runnin" target="_new"&gt;Ladylovely.bandcamp.com/album/runnin&lt;/a&gt;', dove il disco si può ascoltare in streaming per intero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
[courtesy from 'Tompacha.blogspot.com']&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1275</guid><pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:41:08 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Nada Surf: The Stars Are Indifferent To Astronomy]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1274</link><description>GENERE: power-pop, pop-rock, rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Matthew Caws (voce, chitarre), Daniel Lorca (basso, cori), Ira Elliot (batteria, cori). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: sesto album per la solidissima band americana dopo una convincente parentesi di cover del 2010 ('If I Had A Hi-Fi') e un ancora precedente convincente ritorno in termini commerciali e artistici, con 'Lucky' nel 2008. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: pochi, pochissimi fronzoli in questo tiratissimo disco che si nutre a piene mani di melodia ed elettricità, senza risentire dei tempi che cambiano (e di quelli che corrono) ma scegliendo con convincente applicazione la via del gusto rock, imbastito in dieci composizioni dove si canta, si balla e ci si rilassa su note scritte orientando la penna in direzione del pop senz'alcuna inclusione sintetica. Suonato quindi con una impostazione genuina dove la voce di Matt si adatta perfettamente ad ogni registro, sia da dove si necessita di aggredire il pezzo sia dove il tono è ben più conciliante, o meglio ancora dove la partenza moderata si schiude in chorus da cielo aperto ('No Snow On The Mountain'). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITA' DI QUALITA': nessuna stanchezza, stucchevolezza o autocompiacimento in questo LP. E parliamo di una band che ha infilato già un buon numero di hit radiofoniche (alternative) e che sostanzialmente mantiene fede allo stesso status musicale da tanti anni. E non si tratta nemmeno di dire che è facile non sbagliare se si battono i soliti sentieri, perché sappiamo bene che ripetere certi standard di scrittura e qualità è molto più difficile che ripartire da zero e in caso di fallimento addurre la scusante del coraggio ("Almeno noi c'abbiamo provato", si dice in questi casi). Invece, concentrando i loro sforzi nel tentativo di migliorarsi ulteriormente in qualcosa in cui sono già, a mio parere, eccellenti, dimostrano di non aver paura dei giudizi, perché la passione è il fuoco primario che riscalda le loro composizioni e il calore che emanano è pura emozione. Ci credono, e si sente. Quando un lato B (la seconda cinquina di canzoni) è quasi superiore al lato A (dove tradizionalmente si preferisce concentrare le cose migliori di un disco), allora vuol dire che nel cassetto una band ha almeno altre 10-15 hit spettacolari. E ciò è sinonimo di una florida fase d'ispirazione allo stato puro, 'Let The The Fight Do The Fighting', spunta così dal nulla e ci rimarrete secchi. Pensavate che era finita, poi arriva quatta quatta 'No Snow On The Mountain', e ricorrerete al repeat come forsennati. Con questo disco sarete veramente felici di trovarvi nel posto in cui state, perché dà una piacevolissima sensazione di confortevolezza, familiarità. Ed è forse meglio di un disco che passerà alla storia o finisce tra i primi 5 dischi dell'anno. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: Mediamente alta, ma dove si rallenta “the heart swings” (per dilla alla Interpol).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: “We go walking down the avenue doing &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
anything that makes us laugh Do it but it's a stupid thing to do”, da 'Let The The Fight Do The Fighting'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE alla domanda: “Tra i vostri album scorre molto tempo, come passi questi periodi?”, risponde Matt: "Non faccio granchè. Sono una specie di 'Mr Cattivo Esempio'. Non faccio sport, non ho hobbies, non colleziono nulla a parte le chitarre. Sono un grande scansafatiche, se non ho cose da fare allora non me le cerco. Ciondolo tutto il giorno in casa e guardo la spazzatura che passa la TV. Sono molto sedentario e svogliato. Per fortuna faccio questo fantastico lavoro per finanziare questa mia grande pigrizia."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://nadasurf.com/" target="_new"&gt;Nadasurf.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1274</guid><pubDate>Thu, 19 Jan 2012 13:44:17 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Maccabees: Given To The Wild]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1270</link><description>GENERE: indie-pop, british-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI:  Orlando Weeks (voce), Hugo White (chitarra), Felix White (chitarra, voce), Rupert Jarvis (basso), Sam Doyle (batteria).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: il gruppo di Brighton è arrivato all’importante prova del terzo album, dopo il buon successo dei due primi lavori e un notevole numero di fan, soprattutto in Gran Bretagna. ‘Given To The Wild’ è stato registrato nei Rockfield Studios in Galles insieme a Tim Goldsworthy (DFA e Mo’Wax) e Bruno Ellingham (LCD Soundsystem, Massive Attack).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: per questo album i Maccabees hanno scelto un sound più maestoso, grandioso e complesso come si può sentire già dall’omonimo e cupo intro ‘Given To The Wild’: subito la stampa musicale ha voluto paragonare le loro intenzioni di grandezza a quelle di band come U2 o Coldplay, pensando probabilmente che i ragazzi di Brighton vogliano conquistare una fama planetaria alla pari dei gruppi appena citati; la scelta dei produttori, invece, sembra far pensare ad un avvicinamento alla musica elettronica e dance.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: a tre anni di distanza dal precedente ‘Wall Of Arms’, il terzo album dei Maccabees, li vede, secondo parte della stampa inglese, come i possibili salvatori dell’indie-rock proveniente dal Regno Unito: può essere questa un’etichetta azzeccata? Ad avviso di chi scrive no. E sì vero che all’interno di questa nuova fatica c’è una notevole varietà di stili: si passa dalla piacevole tranquillità di ‘Heave’, spezzata solo nella seconda parte del pezzo da una batteria insistente, alla velocità di ‘Pelican’, primo ed irresistibile singolo estratto da ‘Given To The Wild’ pieno di straripanti chitarre e, senza dubbio, il brano con un maggiore impatto commerciale di questo lavoro; fino alle emozioni vere e sincere delle delicate ‘Slowly One’ e ‘Grew Up At Midnight’, le due canzoni che chiudono con una sensazione magica l’album. Un altro punto di forza per i Maccabees è la voce del loro frontman Orlando Weeks, che sembra perfetta all’interno dei pezzi più atmosferici. Ci sono, però, anche alcuni punti negativi in ‘Given To The Wild’: ‘Ayla’, ad esempio, unisce fiati, che sembrano essere presi in prestito da una band folk, ad un tentativo di space-rock grandioso a-la-Muse, risultando completamente fuori luogo, mentre ‘Feel To Follow’ presenta una falsa ricerca di una profondità che risulta così banale da sembrare essere scritta da una boy-band di basso stampo degli anni ’90. Bisogna ammettere l’impegno dei Maccabees nel tentativo di un’evoluzione musicale, ma le conclusioni non sono sempre positive, inclusa l’eccessiva lunghezza dell’album (oltre 50 minuti) che risulta appesantire ulteriormente questo lavoro. Non è una totale bocciatura, ma un mezzo passo falso: ‘Given To The Wild’ è un album sufficiente, ma non brilla fino in fondo, vi si trovano picchi di classe e anche pezzi piuttosto deludenti, ma la speranza è che il gruppo di Brighton possa fornire una prova migliore con la quarta fatica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: a momenti alternati, ma spesso la tendenza è volta a non schiacciare troppo il piede sull’acceleratore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "How was I to ever / Believe it / It’s never too late, / Until it’s too late, / And I’ve been stranded / And I need something", dal prossimo singolo ‘Feel To Follow’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il chitarrista Felix White a ‘Thesun.co.uk’ sulla registrazione del nuovo album: "Credo che siamo tutti migliorati, sia a suonare i nostri strumenti che a creare un nuovo LP. Questa volta è stato più facile trasportare su nastro il suono che avevamo in mente. Con i primi due album non sapevamo fare di meglio; ‘Wall Of Arms’ non è stato esattamente come volevamo che fosse, mi ricordo di aver pensato che possiamo essere meglio di quello."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href= http://www.themaccabees.co.uk/” target=_new&gt;Themaccabees.co.uk&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=6Ot1x5QRiEg:o7_y7HAIFkM:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1270</guid><pubDate>Sun, 15 Jan 2012 17:45:00 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Black Keys: El Camino]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1269</link><description>PROTAGONISTI: Dan Auerbach (chitarra e voce) e Patrick Carney (batteria) da Akron, Ohio. Alla produzione 'un certo' Danger Mouse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: il duo americano torna dopo l'acclamatissimo e pluri-premiato (3 Grammy Awards tra cui il 'Best Alternative Music') 'Brothers' del 2010. 'El Camino', da intendersi probabilmente come "Il cammino", "la strada", e non come il pick up Chevrolet (che non è il veicolo che campeggia sulla copertina), è il settimo album in dieci anni di attività. Non si parla di gente che si rigira i pollici, insomma. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: c'è una batteria pestata a dovere dal caro Carney, c'è una chitarra tagliente, 'sporca' e 'grossolana' come non mai, quasi grezza nel senso più positivo del termine, c'è quella voce terribilmente black del bianchissimo e biondo Dan Auerbach, che dà alle canzoni un'impronta a volte soul, ci sono quei coretti femminili che impreziosiscono l'offerta. Fa capolino qua e là anche qualche tastiera che rende il tutto un po' più seventies.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: 'El Camino' presenta una forte venatura melodica, e questo non è da intendersi come un tratto negativo, anzi. Potremmo dire che i Black Keys siano arrivati ad un compromesso (che poi compromesso vero e proprio non è) tra accessibilità e qualità, laddove quest'ultima non viene messa affatto in secondo piano. Il disco parte fortissimo: 'Lonely Boy', 'Dead And Gone' e 'Gold On The Ceiling' costituiscono una partenza fulminante, potentissima. La prima è una delle canzoni più catchy dell'anno, quella in cui i due mettono in moto il loro carrozzone chiarendo i ruoli: "noi facciamo casino, voi pensate a ballare", proprio come il simpatico omaccione nel video (cosa? Non l'avete ancora visto? Fatelo immediatamente, sciagurati!). Le voci femminili nel ritornello danno quell'aria gospel che sublima il tutto. Il secondo pezzo è uno dei migliori in assoluto del disco, forse quello più vicino ad un clima soul, mentre la terza traccia (e secondo singolo) con il ritornello che dà dipendenza e quell'assolo notevole, è forse la migliore dell'intero lotto. Non da meno la successiva 'Little Black Submarine', equamente divisa in due minuti di Bob Dylan (unico momento di pausa in un disco dal ritmo sempre sostenuto) e due di Led Zeppelin. Nella seconda parte dell'album l'atmosfera, pur rimanendo caldissima, si colora di qualche momento meno forsennato (tra questi la splendida 'Stop Stop'). Un disco in cui ogni pezzo può benissimo diventare singolo, e avercene di singoli così. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: "The rythm is magic".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "All this love of mine / All my precious time / You waste it cause you don't know what you want / You don't know what you want", da 'Nova Baby'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: Auerbach sulla dinamica del duo: “Non ci mettiamo d’accordo prima di suonare, non proviamo prima di registrare, semplicemente ci buttiamo” (cadendo sempre in piedi, aggiungerei). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.theblackkeys.com/" target="_new"&gt;Theblackkeys.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=1fkmsCOfO2g:qGHQlQHSApM:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1269</guid><pubDate>Fri, 13 Jan 2012 00:35:49 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Laura Marling: A Creature I Don't Know]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1267</link><description>GENERE: pop d'autore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Laura Beatrice Marling, nata ad Eversley, Hampshire, Inghilterra, il 1° febbraio del 1990. Ha, dunque, appena 21 anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: figlia di una insegnante di musica e di un proprietario di uno studio di registrazione, per la piccola Laura suonare e cantare era qualcosa come 'tatuato' nel destino, fin dalla nascita. Evidentemente molto precoce, si trasferisce a Londra ad appena 16 anni, si fidanza con Charlie Fink dei Noah And The Whale ed entra anche nel gruppo. Entrambi vengono lasciati, sia Charlie che il gruppo, il che però consente a Fink di scrivere l'album-capolavoro 'The First Days Of Spring' (2009), che tratta quasi interamente della rottura della loro relazione. Laura si mette quindi con Marcus Mumford dei Mumford And Sons, ma anche questa liason ha termine, intorno al Natale del 2010. Nel frattempo, pubblica il suo primo album ('Alas, I Cannot Swim') ad appena 18 anni e il secondo ('I Speak Because I Can') a 20. Questo terzo LP doveva originariamente uscire anch'esso nel 2010, ma ragioni artistiche e di opportunità discografica ne hanno consigliato lo slittamento fino allo scorso settembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: i paragoni della stampa specializzata sua connazionale, che letteralmente stravede per lei, sono soprattutto con Joni Mitchell. Nelle recensioni lette in giro per il web si parla anche di Tori Amos, dell'immancabile PJ Harvey, di Fiona Apple, e persino di Fairport Convention e Leonard Cohen.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: un album molto bello, che ha tutto: canzoni, arrangiamenti, vocalità, interpretazione, testi. Un album estremamente maturo per una ragazzina di 21 anni, probabilmente il migliore di una carriera ancora agli inizi ma già al livello delle grandi star del cantautorato al femminile. Che si divide in due parti: la prima, più stratificata, arrangiata, variegata, grintosa e ambiziosa; la seconda, acustica, introspettiva, molto intima sia per chi canta che per chi ascolta, ma più canonica. La scelta è voluta e rappresenta, secondo l'autrice, "il difficile bilancio tra ciò che si desidera e ciò di cui si ha bisogno". Ad aprire è 'The Muse', primo grande brano del disco, una sorta di filastrocca bluesegiante costruita su un riff di banjo, al quale si sommano via via altri strumenti (acustica, contrabbasso, piano) fino a una breve jammetta finale. 'I Was Just A Card' cattura subito per l'intensità del cantato, ma è la struttura del pezzo che la rende una delle migliori canzoni del lotto, con una serie di ripartenze che emozionano sinceramente e sopra la media. Buono, ma un gradino sotto, il crescendo di 'Don't Ask Me Why', mentre 'Salinas', che non dispiacerebbe a PJ Harvey, si distingue anch'essa per le continue sterzate che le vengono conferite. Anche in questo caso l'atmosfera che Laura e la sua band riescono a creare è la carta vincente di un brano nuovamente intensissimo. E' solo il preludio, però, al capolavoro del disco, 'The Beast', che parte quieta per crescere via via e deflagrare con l'ausilio dell'elettrica, con la voce della cantautrice che si alza di tonalità mostrando anche buona duttilità vocale. Un pezzo che ricorda molto le cose di Jeff Buckley. 'Night After Night' è come la quiete dopo la tempesta, costruita quasi esclusivamente con voce e chitarra acustica, pare davvero 'sentita' da chi la interpreta. Con 'My Friends' entra nel disco una volta per tutte la componente più propriamente folk, il binomio voce-acustica è coadiuvato da cori femminili, si accelera nella seconda parte come dei Mumford And Sons meno caciaroni e più eruditi. Si resta in quel mood anche con 'Rest In The Bed', un pelino più prevedibile del resto dell'offerta ma sempre di gran classe. 'Sophia' è la canzone cardine della side B, anche in questo caso si viene sorpresi di continuo dal suo evolversi, ha un cambio di ritmo piuttosto marcato verso la metà, a sottolineare una volta di più la grande abbondanza di idee contenute in quest'opera. Che ha la sua più che degna conclusione con 'All My Rage', un gospel-folk farcito di chitarre acustiche che ha il significato della catarsi, l'ultimo tassello di un puzzle molto ben congegnato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: 10 tracce in 41 minuti e mezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: alto livello anche qui. Ad esempio: "You’re ok now, I suppose / You’re not pulled by the rope / I’m pulled by the pull on my throat / I’m pulled by the rope / I swing from the trees into the slope / Hold my head high, just by the tip of my toes… Put your eyes away if you can’t bear to see your old lady laying down next to the beast / Tonight he lies with me…and here come the beast.", da 'The Beast'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: "Per questo disco ho pensato: 'Bene, ho fiducia in me stessa ora, e so bene come voglio suonare, dunque prima che chiunque altro vi possa mettere sopra le sue zampe sudicie, perché non metterci il mio timbro?"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://www.lauramarling.com/" target="_new"&gt;Lauramarling.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=LMgz4GTcg14:uWLI3a_ishc:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1267</guid><pubDate>Sun, 8 Jan 2012 23:44:55 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Boy & Bear: Moonfire]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1265</link><description>GENERE: indie-folk, folk-pop, indie-rock.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: Dave Hosking (voce, chitarra), Jake Tarasenko (basso), Killian Gavin (chitarra, voce), Tim Hart (batteria, voce), Jon Hart (banjo, mandolino, tastiere).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
SEGNI PARTICOLARI: album d’esordio per il gruppo di Sydney; dopo l’uscita dell’EP ‘With Emperor Antarctica’ nel 2010, questo LP ha visto la luce durante l’estate dello scorso anno nella natia Australia e viene ora pubblicato anche qui in Europa. Nonostante un elevato numero di concerti e parecchi nuovi fan conquistati lungo la strada, questi cinque ragazzi hanno preferito aspettare prima di far uscire il primo lavoro sulla lunga distanza. ‘Moonfire’ è stato registrato a Nashville, Tennessee, insieme al produttore Joe Chiccarelli (Frank Zappa, U2, White Stripes, Strokes, My Morning Jacket, Shins). Nato nel 2009 come progetto solista del cantante Dave Hosking, i Boy &amp; Bear si sono allargati con l’entrata di altri musicisti, tutti (salvo Jon Hart) capaci sia di cantare che di scrivere canzoni. Durante il 2010 i Boy &amp; Bear sono stati in tour con Laura Marling, Alessi’s Ark e Mumford &amp; Sons e nel corso del 2011 hanno suonato al prestigioso Lollapalooza festival. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
INGREDIENTI: chi aveva già ascoltato il loro EP, noterà immediatamente che i richiami a Mumford &amp; Sons, ben presenti su ‘With Emperor Antarctica’, qui sono decisamente diminuiti: il lavoro di Chiccarelli li ha tirati fuori da quel mondo facile e confortevole, facendoli forse perdere in immediatezza, ma guadagnare nelle loro deliziose armonie, capaci a volte di ricordare i Fleet Foxes (come si può notare, ad esempio, in ‘House And Farm’).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
  &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
DENSITÀ DI QUALITÀ: i Mumford &amp; Sons ogni sera elogiavano i loro compagni di viaggio nel tour australiano. Ora, però i Boy &amp; Bear provano di essere stati capaci di andare oltre agli insegnamenti delle loro ‘muse’ inglesi, dimostrando una buona profondità nella scrittura dei testi delle loro canzoni e uno spirito coraggioso che gli consente di scegliere diversi stili e di mantenere elevato l’interesse per la loro musica: l’atmosfera dei loro pezzi è spesso romantica e può sfociare in belle armonie a-la-Band Of Horses, ma troviamo anche la psichedelia anni ’60 nel fantastico organo di ’Golden Jubilee’ (forse il brano più catchy di tutto l’album), mentre l’energico intro del singolo ‘Milk And Sticks’ sembra essere estratto da una canzone dei Killers; in ‘The Village’, invece, sono presenti solari ritmi africani insieme a percussioni tribali. Le loro forze maggiori sono, comunque, le belle melodie che il frontman Dave Hosking sa creare, con l’aiuto sia delle chitarre che del piano; la sua voce è forte, distintiva, in alcuni casi sa raggiungere livelli così elevati da poter guadagnare paragoni addirittura con Robin Pecknold (ad esempio in ‘My Only One’); quando poi sono più voci ad intrecciarsi, le dolci armonie che si vengono a creare sono pura gioia per l’orecchio di chi ascolta come succede in ‘Part Time Believer’ o in ‘House And Farm’ o nella conclusiva, lenta, emozionante e meravigliosa ‘Big Man’. L’attesa nel pubblicare il loro primo album sembra una saggia decisione: avrebbero potuto produrre un debutto molto più commerciale ed incassare facili dollari, invece hanno preferito aspettare alcuni mesi e uscire con un lavoro decisamente più maturo, intenso e meno pop, dove hanno saputo mettere in mostra tutte le loro qualità; senza dubbio un inizio con il piede giusto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
VELOCITÀ: salvo in un paio di brani allegri e gioiosi, dove si alza leggermente, nel resto di ‘Moonfire’, invece, la pace regna sovrana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL TESTO: "There is a monster in bed, / there’s an animal screaming down upon my neck", canta Dave Hosking nel singolo ‘Milk And Sticks’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
LA DICHIARAZIONE: il tastierista Jon Hart a ‘Aap.com.au’ riguardo alla realizzazione del loro debutto: "Sappiamo che per rimanere in gioco per un certo tempo su questa scena, dobbiamo realizzare un album molto consistente. I nostri pensieri riguardavano solo l’album e l’hype ci ha solo aiutato a concentrarci ulteriormente su ciò che volevamo fare".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
IL SITO: '&lt;a href="http://boyandbear.com" target="_new"&gt;Boyandbear.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
&lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:yIl2AUoC8zA"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=yIl2AUoC8zA" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:qj6IDK7rITs"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?d=qj6IDK7rITs" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:V_sGLiPBpWU"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:V_sGLiPBpWU" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt; &lt;a href="http://feed.indie-rock.it/~ff/RecensioniDischi?a=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:-BTjWOF_DHI"&gt;&lt;img src="http://feeds.feedburner.com/~ff/RecensioniDischi?i=BfYxv5wbX-I:aqCj9CgQ5Jw:-BTjWOF_DHI" border="0"&gt;&lt;/img&gt;&lt;/a&gt;
&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1265</guid><pubDate>Fri, 6 Jan 2012 02:40:34 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Feist: Metals]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1264</link><description>GENERE: alt-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
PROTAGONISTI: lei, Leslie Feist – solo Feist per gli amici - voce, chitarra, pianoforte e organo, accompagnata da: Alisa Rose e Irene Sazer (voce, violino), Dina Maccabee (voce, viola), Jessica Ivry (voce, violoncello), Colin Stetson (flauto, clarinetto, sax, tromba, corno francese), Evan Cranley (trombone, bombardino), Brian LeBarton (pianoforte, organo, sintetizzatore, basso elettrico, batteria), Chilly Gonzales (pianoforte, organo, basso elettrico,batteria), Dean Stone (batteria, percussioni). Produttori: accanto ai fidati Chilly Gonzales e Mocky, compare l’islandese Valgeir Sigurðsson (già collaboratore di Bjork).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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SEGNI PARTICOLARI: e pensare che fino al 2007 era a stento nota come la brunetta di 'Mushaboom' (quella della pubblicità del profumo Lacoste, per intenderci). La ragazzina canadese cresciuta urlando in band punk-rock canadesi (il suo primo gruppo, i Placebo – no, non quei Placebo -, apriva i concerti dei Ramones) e approdata a spiegare ai bambini di 'Sesame Street' come si conta fino a 4, è ormai un lontano ricordo: Feist s’è fatta donna. Erano quasi cinque anni che i suoi fan la aspettavano al varco e 'Metals', una cosa è certa, non li ha delusi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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INGREDIENTI: play. Play. Ancora play. Ah, ecco. Ora sì. Se con 'Let It Die' (2004) e 'The Reminder' (2007) il suo fare da gatta – voce suadente e un po’ di frivola leggerezza - ci aveva conquistati al primo ascolto, con 'Metals' Feist tira fuori la sua femminilità di spessore, quella che si apprezza in una donna quando si scrolla via i lustrini da primo appuntamento e mostra qualche ruga. È un album che ha perso il pop da balletto coordinato per farsi compatto e allo stesso tempo percorso da correnti dinamiche sotto la superficie. Il fatto che sia stato registrato a Big Sur ci dice già qualcosa: al bordo di una scogliera, i capelli al vento, distese maestose davanti, echi di Kerouac e Miller nelle orecchie, l’alternarsi delle maree fra tempesta e momenti di quiete. E poi c’è il nome, “metalli”: la nobiltà dell’oro e del rame, la forza dell’acciaio e del piombo. Luce e buio, caldo e freddo, malleabilità e durezza. Dall’eleganza intima delle ballate pop-folk come 'Cicadas And Gulls', 'Comfort Me' e 'Bittersweet Melodies', al crescendo che esplode negli austeri cori maschili di 'A Commotion'; dalla delicatezza dei versi di 'The Cirle Married The Line', che riconducono un tramonto alle sue forme geometriche fondamentali, al martellare dei timpani di 'The Bad In Each Other', che ci porta alla graffiante conclusione che “a good man and a good woman bring out the worst in each other”. Il tutto orchestrato a meraviglia, per l’intera durata del disco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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DENSITÀ DI QUALITÀ: spessa. Sarà banale ma è così: questo è un disco maturo, con pochi fronzoli e tanta sostanza. Come ha dichiarato lei stessa, la sua musica ha messo il personale da parte, per lasciare che i suoi testi e le sue melodie puntassero questa volta all’universale, al contrasto e all’eleganza che si trovano mescolati nella natura e negli esseri umani. Natura, amore, vita stessa, coralità. È in 'Graveyard', nel suo crescendo da chitarra e voce fino a trombe elegiache e coro solenne, che si trova la massima espressione di questa nuova spinta della musica di Feist dal particolare all’universale. Per portarla a sedersi, di diritto, accanto a regine come Joni Mitchell, Cat Power o Carole King.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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VELOCITÀ: il ritmo altalenante delle maree.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL TESTO: “Bring 'em all back to life / Roots and lies, roots and lies, our family tree is old / From there we climb the golden hill, calmly will eternity”, da 'Graveyard'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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LA DICHIARAZIONE: “This album is about un-simplifying things and leaning on these masterful minds I have so much respect for".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL SITO: '&lt;a href="http://www.listentofeist.com/" target="_new"&gt;Listentofeist.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1264</guid><pubDate>Thu, 5 Jan 2012 00:58:29 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Givers: In Light]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1261</link><description>GENERE: meltin'-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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PROTAGONISTI: Taylor Guarisco (voce, chitarra), Tiffany Lamson (voce, ukelele, percussioni), Kirby Campbell (battieria), Josh LeBlanc (basso), Nick Stephan (tastiere, flauto). A produrre è Ben Allen (già con Deerhunter, Cee Lo Green, Animal Collective).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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SEGNI PARTICOLARI: quintetto proveniente da Lafayette, Lousiana. I due frontman hanno dato inizio alla band a New Orleans, dove erano andati per studiare (Taylor ha frequentato una scuola di jazz). L'uragano Katrina li ha costretti a far ritorno a casa, dove hanno trovato i definitivi compagni di avventura. 'Intercettati' da Daniel Glass, il fondatore del Glassnote Entertainment Group, durante una coinvolgente esibizione all'Austin City Limits Festival, sono stati immediatamente messi sotto contratto. Questo è il loro album d'esordio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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INGREDIENTI: non fatevi ingannare dal fatto che lo stiamo recensendo in pieno inverno, 'In Light' è chiaramente e dichiaratamente un album estivo. Mischia un indie-pop solare a ritmi cajun e africani e a piccole escursioni jazz e funky, ricordando abbastanza dei Vampire Weekend più studiosi, dei Dirty Projectors meno arzigogolati, dei Beach House che si ubriacano ad un party universitario. Può essere visto anche come un efficace mix tra il Paul Simon di 'Graceland' e i Pixies. La nota stampa che presenta il disco parla di "African polyrhythms played by a jam band" e di "dance music that’s ravin’ Cajun". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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DENSITÀ DI QUALITÀ: uno dei migliori esordi dell'anno appena passato, a giudizio di chi vi scrive. È difatti molto raro trovare in un opera prima, oltre a un indubbio talento per la costruzione di grandi canzoni pop (il singolo 'Up Up Up' è uno dei migliori dell'anno, ma anche 'Meantime' e 'Words' sono ottime in quel senso), anche una tale abilità di musicisti, che permette ai Givers di costruire strutture mai banali, sempre variegate e anche sorprendenti. Il miscuglio di culture che permea la loro regione di provenienza è chiaramente udibile in ciascuna delle dieci tracce qui presenti, e un pezzo come 'Noche Nada (A Lot From Me)' ne è un fulgido esempio. In realtà i Givers sembrano voler prendere qualcosa un po' dappertutto: troviamo nel disco anche ritmi caraibici ('In My Eyes') e persino musica celtica ('Atlantic'), e il loro bello è che riescono a inserire tutti questi elementi 'world' in un contesto sempre coerente, conferendogli una non facile uniformità e molta personalità. Grande pregio è anche l'alternanza della doppia voce, in cui la parte femminile è per una volta rilevante. L'unico difetto di 'In Light' è forse il voler mettere un po' troppa carne al fuoco, ma a un LP di debutto così frizzante si può anche perdonare. Insomma, se vi siete persi questo disco, fate in modo di recuperarlo, difficilmente potrete considerare di aver buttato via del tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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VELOCITÀ: variabilissima, è comunque un disco ideale da ballare le sere d'estate, in spiaggia, intorno a un fuoco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL TESTO: "Keepin’ it warm, not too tight, just like my favorite sweater", da 'Ceiling of Plankton', riassume molto bene lo spirito di 'In Light'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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LA DICHIARAZIONE: il co-frontman Taylor Guarisco "La cultura Cajun è molto importante per noi, perché rappresenta le nostre radici, e ne siamo molto orgogliosi. È come uno stile di vita per noi del sud, che consiste nel vivere e celebrare la vita."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL SITO: '&lt;a href="http://giversband.com/" target="_new"&gt;Giversband.com&lt;/a&gt;'.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1261</guid><pubDate>Mon, 2 Jan 2012 13:17:43 CET</pubDate></item><item><title><![CDATA[Gush: Everybody’s God]]></title><link>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1260</link><description>GENERE: indie-folk, indie-pop.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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PROTAGONISTI: Yan Gorodetzky (chitarra e voce), Xavier Polycarpe (basso, tastiere e voce), Vincent Polycarpe (batteria e voce), Mathieu Parnaud (chitarra e voce).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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SEGNI PARTICOLARI: Versailles è diventata la nuova casa estiva dell’indie in Francia. Dopo che nel 2009 i concittadini Phoenix si sono definitivamente affacciati al mondo discografico con il successo del quarto album, 'Wolfgang Amadeus Phoenix', la città è rimasta in pieno fervore creativo. Un anno dopo ancora un quartetto, ancora qui dove risiede la Reggia di Re Sole Luigi XIV. Insieme dal 2004, i Gush trovano la luce con il primo LP in distribuzione, 'Everybody’s God', disco che li ha portati ad esibirsi sul palco del noto festival parigino Rock En Seine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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INGREDIENTI: a primo ascolto ricordano gli australiani Cloud Control; a prima vista gli irlandesi Thrills. E se poi si prosegue a fondo nel risalire la storia della band parigina, si scopre che il gruppo è nato in famiglia (fratelli e cugini), e che il dato li avvicina agli americani Kings Of Leon. Ma i Gush sono francesi, le cui sonorità pop e folk e gli incantanti coretti non riescono ad accostarli in modo limpido a nessun altro gruppo recente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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DENSITÀ DI QUALITÀ: come da copertina, la band salta fuori dal bosco per rivelarsi al mondo dell’industria musicale. E tredici pezzi con l’aggiunta di cinque bonus tracks è parecchia carne sul fuoco per un solo disco. Diciotto canzoni, quindi, per assaporare l’essenza del quel modo raffinato e francese di fare musica indie. L’album parte forte con alcune tracce di spessore: il singolo (nonché video-clip) ‘Let’s Burn Again’, ‘Dance On’, e ‘Back Home’ portano subito il clima su livelli caldi. Le splendide voci dei Gush accompagnano ogni traccia dove l’anima folk prende corpo. Il disco prosegue con ‘Vondel Park’, ‘Killing My Mind’, e ‘No Way’, fino ad arrivare all’incalzante ‘Jeg Digger Deg’. Un LP ben fatto e cucito dove l’accento francese delle voci scompare, per lasciar posto ad un eccellente pronuncia anglosassone. Aspetto che ai Phoenix non era riuscito, ma che in realtà non lo valuterei come con un male. O no? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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VELOCITÀ: irregolare ma sempre su buoni toni. Lo sbadiglio non è di questo LP.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL TESTO: “I like your morning face, your morning breathe, let’s love twice”, da ‘Let’s Burn Again’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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LA DICHIARAZIONE: in un’&lt;u&gt;&lt;a href="http://www.thewildhoneypie.com/french-interview-with-gush/" target="_new"&gt;intervista&lt;/a&gt;&lt;/u&gt; del 2010, alla domanda: “Quali sono i tuoi hobbies al di fuori dalla scena musicale?”, Mathieu ha dichiarato: “Abbiamo tutti delle ragazze. In realtà non è che sia proprio un hobby. Va bene, rifammi la domanda”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;
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IL SITO: ‘Wearegush.com’.&lt;div class="feedflare"&gt;
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&lt;/div&gt;</description><guid>http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1260</guid><pubDate>Wed, 28 Dec 2011 23:26:01 CET</pubDate></item></channel>
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